sabato 20 marzo 2010

CON UN ATTO DI SUPREMA UMILTA', BENEDETTO XVI DA' AI GOVERNANTI DEL MONDO UNA PREZIOSA LEZIONE DI RESPONSABILITA', DI COMANDO, DI INSEGNAMENTO


Tutto il mondo attendeva la lettera pastorale del Papa ai cattolici dell'Irlanda, sullo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti. Ma il più grande Papa della storia moderna va oltre: oltre la domanda di Perdono, oltre il dolore, oltre la confessione e la contrizione, riprende il cammino cristiano del Fondamento. E mette al centro d'ogni Bene la Rivoluzione dell'Insegnamento.
Come abbiamo fatto in altre importanti occasioni, pubblichiamo qui il Testo integrale della Lettera Pastorale di Joseph Ratzinger, grazie al prezioso servizio di www.chiesa.it di Sandro Magister.
1. CARI FRATELLI E SORELLE DELLA CHIESA IN IRLANDA, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati.
Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi ad un incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave situazione. Insieme con alcuni alti Prelati della Curia Romana ho ascoltato quanto avevano da dire, sia individualmente che come gruppo, mentre proponevano un’analisi degli errori compiuti e delle lezioni apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Nutro la fiducia che, come risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all’abuso dei minori secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo.

2. Da parte mia, considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese, ho deciso di scrivere questa Lettera Pastorale per esprimere la mia vicinanza a voi, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.
In realtà, come molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.
Al tempo stesso, devo anche esprimere la mia convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la Chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro.
Mentre affrontate le sfide di questo momento, vi chiedo di ricordarvi della "roccia da cui siete stati tagliati" (Is 51, 1). Riflettete sui contributi generosi, spesso eroici, offerti alla Chiesa e all’umanità come tale dalle passate generazioni di uomini e donne irlandesi, e lasciate che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento ecclesiale e individuale. La mia preghiera è che, assistita dall’intercessione dei suoi molti santi e purificata dalla penitenza, la Chiesa in Irlanda superi la presente crisi e ritorni ad essere un testimone convincente della verità e della bontà di Dio onnipotente, rese manifeste nel suo Figlio Gesù Cristo.

3. Storicamente i cattolici d’Irlanda si sono dimostrati una enorme forza di bene sia in patria che fuori. Monaci celtici come San Colombano diffusero il vangelo nell’Europa Occidentale gettando le fondamenta della cultura monastica medievale. Gli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente che derivano dalla fede cristiana, hanno trovato espressione nella costruzione di chiese e monasteri e nell’istituzione di scuole, biblioteche e ospedali che consolidarono l’identità spirituale dell’Europa. Quei missionari irlandesi trassero la loro forza e ispirazione dalla solida fede, dalla forte guida e dai retti comportamenti morali della Chiesa nella loro terra natìa.
Dal ’500 in poi, i cattolici in Irlanda subirono un lungo periodo di persecuzione, durante il quale lottarono per mantenere viva la fiamma della fede in circostanze pericolose e difficili. Sant’Oliver Plunkett, l’Arcivescovo martire di Armagh, è l’esempio più famoso di una schiera di coraggiosi figli e figlie dell’Irlanda disposti a dare la propria vita per la fedeltà al Vangelo. Dopo l’Emancipazione Cattolica, la Chiesa fu libera di crescere di nuovo. Famiglie e innumerevoli persone che avevano preservato la fede durante i tempi della prova divennero la scintilla di una grande rinascita del cattolicesimo irlandese nell’800. La Chiesa fornì scolarizzazione, specialmente ai poveri, e questo avrebbe apportato un grande contributo alla società irlandese. Tra i frutti delle nuove scuole cattoliche vi fu un aumento di vocazioni: generazioni di sacerdoti, suore e fratelli missionari lasciarono la patria per servire in ogni continente, specie nel mondo di lingua inglese. Furono ammirevoli non solo per la vastità del loro numero, ma anche per la robustezza della fede e la solidità del loro impegno pastorale. Molte diocesi, specialmente in Africa, America e Australia, hanno beneficiato della presenza di clero e religiosi irlandesi che predicarono il Vangelo e fondarono parrocchie, scuole e università, cliniche e ospedali, che servirono sia i cattolici, sia la società in genere, con particolare attenzione alle necessità dei poveri.
In quasi tutte le famiglie dell’Irlanda vi è stato qualcuno – un figlio o una figlia, una zia o uno zio – che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie irlandesi hanno in grande stima ed affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un’amorevole servizio di Dio e del prossimo.

4. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.
Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.

5. In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro. Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro. Precedentemente nel mio pontificato, nella preoccupazione di affrontare questo tema, chiesi ai Vescovi d’Irlanda, in occasione della visita ad Limina del 2006, di "stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i princìpi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi" (Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre 2006).
Con questa Lettera, intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore.

6. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie
Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e senza speranza – che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.
Rivolgendomi a voi come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e partecipando alla vita della sua Chiesa – una Chiesa purificata dalla penitenza e rinnovata nella carità pastorale – possiate arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace.

7. Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi
Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.
Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.

8. Ai genitori
Siete stati profondamente sconvolti nell’apprendere le cose terribili che ebbero luogo in quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di oggi non è facile costruire un focolare domestico ed educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno diritto ad essere educati ai valori morali autentici, radicati nella dignità della persona umana, ad essere ispirati dalla verità della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione che li portino ad una sana stima di sé e alla felicità duratura. Questo compito nobile ed esigente è affidato in primo luogo a voi, loro genitori. Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi. Mentre portate avanti le vostre importanti responsabilità, siate certi che sono vicino a voi e che vi porgo il sostegno della mia preghiera.

9. Ai ragazzi e ai giovani dell’Irlanda
Desidero offrirvi una particolare parola di incoraggiamento. La vostra esperienza di Chiesa è molto diversa da quella dei vostri genitori e dei vostri nonni. Il mondo è molto cambiato da quando essi avevano la vostra età. Nonostante ciò, tutti, in ogni generazione, sono chiamati a percorrere lo stesso cammino della vita, qualunque possano essere le circostanze. Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia! Lui solo può soddisfare le vostre attese più profonde e dare alle vostre vite il loro significato più pieno indirizzandole al servizio degli altri. Tenete gli occhi fissi su Gesù e sulla sua bontà e proteggete nel vostro cuore la fiamma della fede. Insieme con i vostri fratelli cattolici in Irlanda guardo a voi perché siate fedeli discepoli del nostro Dio e contribuiate con il vostro entusiasmo e il vostro idealismo tanto necessari alla ricostruzione e al rinnovamento della nostra amata Chiesa.

10. Ai sacerdoti e ai religiosi dell’Irlanda
Tutti noi stiamo soffrendo come conseguenza dei peccati di nostri confratelli che hanno tradito una consegna sacra o non hanno affrontato in modo giusto e responsabile le accuse di abuso. Di fronte all’oltraggio e all’indignazione che ciò ha provocato, non soltanto tra i laici ma anche tra voi e le vostre comunità religiose, molti di voi si sentono personalmente scoraggiati e anche abbandonati. Sono consapevole inoltre che agli occhi di alcuni apparite colpevoli per associazione, e siete visti come se foste in qualche nodo responsabili dei misfatti di altri. In questo tempo di sofferenza, voglio darvi atto della dedizione della vostra vita di sacerdoti e religiosi e dei vostri apostolati, e vi invito a riaffermare la vostra fede in Cristo, il vostro amore verso la sua Chiesa e la vostra fiducia nella promessa di redenzione, di perdono e di rinnovamento interiore del Vangelo. In questo modo, dimostrerete a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr Rm 5, 20).
So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità e che di adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera, seguendo con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione. In questo modo, la Chiesa in Irlanda trarrà nuova vita e vitalità dalla vostra testimonianza al potere redentore del Signore reso visibile nella vostra vita.

11. Ai miei fratelli vescovi
Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed imparziale in conformità con il diritto canonico.
Soltanto un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potranno ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto, dal vostro esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal rinnovamento spirituale. La gente dell’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l’espressione di Sant’Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati ad essere seguaci di Cristo (cfr Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni, offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro fratelli e sorelle.
Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr 1 Pt 3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare ad essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo.

12. A tutti i fedeli dell’Irlanda
L’esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino.

13. Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno. Spero che le accoglierete come un segno della mia spirituale vicinanza e della mia fiducia nella vostra capacità di rispondere alle sfide dell’ora presente traendo rinnovata ispirazione e forza dalle nobili tradizioni dell’Irlanda di fedeltà al Vangelo, di perseveranza nella fede e di risolutezza nel conseguimento della santità. Insieme con tutti voi, prego con insistenza che, con la grazia di Dio, le ferite che hanno colpito molte persone e famiglie possano essere guarite e che la Chiesa in Irlanda possa sperimentare una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale.

14. Desidero proporvi alcune iniziative concrete per affrontare la situazione.
Al termine del mio incontro con i vescovi dell’Irlanda, ho chiesto che la quaresima di quest’anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia.
Particolare attenzione dovrà anche essere riservata all’adorazione eucaristica, e in ogni diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri organizzino tempi per l’adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera fervorosa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli.
Sono fiducioso che questo programma porterà ad una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi (cfr Gv 8, 32).
Inoltre, dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una Visita Apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose. La Visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese. I particolari saranno resi noti a suo tempo.
Propongo inoltre che si tenga una Missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti predicatori e organizzatori di ritiri sia dall’Irlanda che da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici dell’ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici, giungiate ad un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni, in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere abbondantemente dalle sorgenti dell’acqua viva che egli vi offre attraverso la sua Chiesa.
In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi do in consegna in modo del tutto particolare la figura di San Giovanni Maria Vianney, che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. "Il sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo: è lui che apre la porta, è lui il dispensiere del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni". Il Curato d’Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è servita da un sacerdote buono e santo: "Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia". Per intercessione di San Giovanni Maria Vianney possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l’intera Chiesa in Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.
Colgo questa opportunità per ringraziare fin d’ora tutti coloro che saranno coinvolti nell’impegno di organizzare la Visita Apostolica e la Missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l’Irlanda stanno già adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando la gravità e l’estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in istituzioni cattoliche incominciò ad essere pienamente compreso, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve risparmiare alcuno sforzo per migliorare ed aggiornare procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, sono considerate, in alcune parti del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.
Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e con l’affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce ad una più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.

Dal Vaticano, 19 marzo 2010, Solennità di San Giuseppe

Alla Lettera, BENEDICTUS PP. XVI ha unito una
Preghiera per la Chiesa in Irlanda. Questa:

Dio dei padri nostri,
rinnovaci nella fede che è per noi vita e salvezza,
nella speranza che promette perdono e rinnovamento interiore,
nella carità che purifica ed apre i nostri cuori
ad amare te, e in te, tutti i nostri fratelli e sorelle.

Signore Gesù Cristo,
possa la Chiesa in Irlanda rinnovare il suo millenario impegno
alla formazione dei nostri giovani sulla via della verità,
della bontà, della santità e del generoso servizio alla società.

Spirito Santo, consolatore, avvocato e guida,
ispira una nuova primavera di santità e di zelo apostolico
per la Chiesa in Irlanda.

Possano la nostra tristezza e le nostre lacrime,
il nostro sforzo sincero di raddrizzare gli errori del passato,
e il nostro fermo proposito di correzione,
portare abbondanti frutti di grazia
per l’approfondimento della fede
nelle nostre famiglie, parrocchie, scuole e associazioni,
per il progresso spirituale della società irlandese,
e per la crescita della carità, della giustizia, della gioia e della pace, nell’intera famiglia umana.

A te, Trinità,
con piena fiducia nell’amorosa protezione di Maria,
Regina dell’Irlanda, Madre nostra,
e di San Patrizio, di Santa Brigida e di tutti i santi,
affidiamo noi stessi, i nostri ragazzi,
e le necessità della Chiesa in Irlanda.
Amen.

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NOI, QUATTRO ANNI FA, VOLEVAMO FARLO IN CAMERUN - LEI, GRANDE MARZIA LAZZERINI, LO STA FACENDO IN ANGOLA!


Marzia Lazzerini, medico pediatra dell'Ospedale Burlo Garofalo di Trieste, ora Angelo Terrestre, si prende cura dei bambini denutriti angolani all'Ospedale Divina Providencia del Barrio Kilamba Kiaxi di Luanda (Angola). Li nutre e li salva con una pappa inventata da lei, lì - con quel che passa la natura e la povertà - senza bisogno delle ciniche "imprese sociali" italiane ed europee.
Una lezione d'amore e di razionalità per gli avari e ipocriti mostri detti "Imprenditori".

Ecco il racconto integrale di questa Rivoluzione Umana, nel testo pubblicato da Wired.it:
Il mondo è pieno di cervelli in fuga, lei verrebbe da chiamarla una scienziata in missione: Marzia Lazzerini è medico dell'ospedale Burlo Garofolo di Trieste - uno dei centri di eccellenza della pediatria italiana -, ha studiato alla Scuola di malattie tropicali di Liverpool, per fare la tesi è andata fino in Brasile e da anni si dedica a curare i bambini che nelle periferie del mondo crescono con pochi mezzi, scarsa attenzione, niente cibo, e si salvi chi può.
A guardarli alla televisione sembrano una battaglia persa: sono lì da sempre, sempre negli stessi luoghi, con le gambe sottili e lo sguardo spento di chi non si aspetta nulla ed è pronto ad accettare di tutto. Visti con gli occhi di questa giovane pediatra, sono un problema che sta trovando la sua soluzione: da un paio di mesi nel barrio Kilamba Kiaxi di Luanda, la capitale angolana stretta tra un mare di grattacieli e un oceano di bidonville, i bambini denutriti hanno una speranza in più. Sa di buono, di dolce, di latte, olio e noccioline. Ma ha un impalpabile retrogusto di carne in scatola: è grazie ai centomila euro del premio Montana - il colosso della gastronomia che impacchetta tagli di manzo e sostiene la ricerca nutrizionale - che la pediatra triestina ha vinto la possibilità di mettere alla prova l'uovo di Colombo dell'aiuto alimentare. Perché fare arrivare dall'Europa il cibo per sfamare i bimbi dell'Africa? All'ospedale Divina Providencia di Luanda pochi soldi, un mixer industriale e una batteria di ingredienti acquistati al mercato locale di Roque Santeiro bastano a rimettere in piedi decine di piccoli affamati. La formula è magica, il costo semplicemente risibile: «Per riabilitare un bambino denutrito ci vogliono in media tre settimane di terapia. Il nostro preparato costa meno di un euro al giorno, il che vuol dire che una ventina di euro possono fare la differenza tra la vita e la morte».
Marzia Lazzerini pubblica su Lancet e nella Cochrane Library, ha messo a fuoco il valore dello zinco nella dieta dei primi anni di vita, ha alle spalle un lungo curriculum da ricercatrice sulla salute alimentare del bambino. Noi vorremmo sapere della sua miscela miracolosa, ma quando la incontriamo al Burlo di Trieste lei preferisce partire dalle fogne, l'incuria e la povertà delle strade di Luanda. E dalle contraddizioni di un paese che nel 2008 ha avuto la terza crescita economica più alta del mondo, ma nel 2010 tollera ancora che quasi un bambino su due sia denutrito cronico e uno su diciassette denutrito acuto: «In centro puoi comprare acqua francese a sei euro alla bottiglia, ma appena esci dai quartieri residenziali vedi nugoli di bambini giocare tra montagne di spazzatura e liquami che scorrono a cielo aperto». La ricchezza c'è, è evidente, e viene da sottoterra: petrolio, oro e diamanti, soprattutto. Ma per sviluppare il suo progetto Marzia ha scelto di insediarsi sul lato crudo di questa metropoli di cinque milioni di abitanti, cresciuta in fretta a forza di profughi di guerra e sfollati dalle campagne: «Nel nostro barrio la maggior parte dei bambini non va a scuola, beve acqua malsana e mangia a pranzo e a cena una polenta di manioca poverissima di sostanze nutritive».
È così che la malnutrizione provoca infezioni, le infezioni degenerano in patologie, la vita dei bambini diventa una corsa a ostacoli e le buone notizie sono roba corroborante come l'annuncio che «fino a cinque anni fa moriva un bambino su tre, ora ne muore uno su cinque». In queste condizioni è chiaro che la ricerca diventa uno sport estremo, mentre il rebus della nutrizione si scompone in un'equazione a doppia incognita: bisogna dare da mangiare ai bambini, bisogna farlo nel modo più semplice, igienico e controllato possibile. Di suo la pediatra italiana si è imposta un terzo imperativo: il cibo salvavita va prodotto qui, in Angola, nelle cucine dell'ospedale Divina Providencia.
A fare la differenza sono due lettere aggiunte alla formula standard che regola il pronto intervento alimentare. In ambienti degradati le calorie vanno somministrate in modo diretto, compatto, senza cottura, prevenendo qualsiasi contatto con l'acqua contaminata da batteri colifecali. Si parla quindi di Ready to use food, o Rtuf. Possono essere pastelle o barrette ad alto contenuto tecnologico, che in pochi grammi hanno tutta l'energia, le proteine, le vitamine e i minerali indispensabili a rimediare a mesi di alimentazione precaria. «Attorno all'Rtuf a Luanda si è sviluppata una strana triangolazione», ci spiega Marzia. «Per cui con i soldi della cooperazione americana le agenzie umanitarie comprano cibo francese che raggiunge Luanda via mare e viene poi accumulato sulle banchine del porto». Sono evidenti i limiti di questo sistema che per dare una mano ai bambini si costringe a vagare per ben tre continenti: da un lato il prodotto finale ha ricarichi proibitivi, dall'altro la catena di ordinazione, acquisto e distribuzione è talmente farraginosa che quintali di barrette pronte all'uso finiscono per essere abbandonate nei magazzini di stoccaggio della capitale. «Il cibo importato costa moltissimo», dice Lazzerini. «Mentre chiunque abbia fatto il medico in Angola sa cosa significhi non avere i fondi per procurarsi gli antibiotici contro la dissenteria, la meningite o le complicazioni polmonari dei bambini. Si figuri se nel nostro ospedale di Kilamba Kiaxi potevamo permetterci il prezioso preparato made in France». Non restava che trasformare l'Rtuf in Lp-Rtuf, Locally produced-Ready to use food.
Il barrio è un campo di battaglia, ma l'ospedale Divina Providencia è un'oasi di cura ed efficienza, tra pareti colorate, pavimenti tirati a lucido, attività febbrile di medici, infermieri e inservienti che cercano di tenere il ritmo senza perdere il sorriso. Mentre nei reparti vengono assistiti decine di bambini sofferenti per malaria e diarrea, in cucina non smettono di sbucciare noccioline: la pelle rossa a terra, il seme bianco direttamente nel contenitore della centrifuga. Quando il mucchio è pronto, alle tre cuoche si aggiunge la nostra pediatra che proprio alle gingubas, come da queste parti chiamano le arachidi, ha affidato la parte più sostanziosa della sua pozione scacciafame. Anche questa è ricerca: affinare una ricetta che misceli tecnologia e gastronomia, scambiare i camici di laboratorio con i grembiuli da cucina, fare migliaia di chilometri per controllare disponibilità, accessibilità e compatibilità degli ingredienti.
Ci siamo: le noccioline sono pronte, e al team del Divina Providencia non resta che aggiungere zucchero, olio e latte in polvere, mixare il tutto per un paio di minuti, bloccare la centrifuga e assaggiare la pastella fatta in casa. «È fondamentale che sia buona», si compiace Marzia. «Perché al contrario di quello che si potrebbe pensare il bimbo denutrito non ha fame, è tendenzialmente anoressico, e molto spesso è apatico e indifferente alle sollecitazioni esterne. Devi dargli del cibo dolce, gustoso, che gli metta voglia di portarselo alla bocca». I bambini assaggiano, all'80 per cento apprezzano, dopo un primo attimo di smarrimento cominciano a mandar giù le piccole dosi adatte al loro stomaco indebolito. Devono mangiarne poco e spesso: arricchito con trenta micronutrienti minerali e vitaminici, l'impasto di Lazzerini permette di massimizzare il risultato con il minimo sforzo, tanto che ne bastano due etti e mezzo per assorbire le 1250 calorie necessarie a superare la giornata e accumulare energie per il recupero.
Sembra buona volontà ma è talento, sono noccioline ma è una vera rivoluzione. Da qualche mese l'équipe del Divina Providencia ha messo a punto la versione open source del soccorso umanitario in campo alimentare. A tutto vantaggio delle pance dei bambini e delle casse dell'ospedale, la barretta griffata Rtuf è stata sostituita dalla trovata Lp-Rtuf di cuochi e scienziati, mentre la filiera globale che dalla Francia porta a Luanda è stata compressa a poco più del tragitto che separa le bancarelle del mercato dai ripiani della cucina. Dove c'era un brevetto commerciale rigidamente tutelato si fa largo la libera ricerca di un gruppo di pediatri, dove si muoveva il soccorso intercontinentale ora opera l'assistenza di prossimità in formato community based. «La novità è che siamo riusciti a integrare la produzione di cibo in un sistema medico capace di gestirlo», spiega la pediatra: «Facciamo tutto da noi, e il vantaggio è immenso perché il prodotto costa meno, non c'è dispersione di risorse, si alimenta l'economia angolana, e possiamo tarare quantità e qualità del preparato sulle esigenze dei nostri pazienti». Perché di pazienti si tratta: compiuti i due anni di vita i bambini denutriti di Luanda pesano non più di cinque chili, contro la decina di chili dei piccoli italiani al loro primo anno di vita. Mangiando poco e male in molti sono quindi destinati a sviluppare una delle due patologie legate alla sottoalimentazione infantile: qualcuno viene colpito dal marasma, che non è un banale stato di confusione mentale o fisica ma la condizione del bambino affamato con il corpo ridotto a pelle e ossa; qualcun altro è vittima del kwashiorkor, che non per nulla è una parola della costa occidentale africana che significa "primo-secondo" - ovvero il primo figlio svezzato in fretta per fare posto al secondo - e indica il quadro clinico caratterizzato da faccia gonfia, edemi su tutto il corpo e tipico aspetto da finto grasso. 
Per questi bambini il problema non è semplicemente tornare a mangiare, ma ripristinare il metabolismo, riavviare la crescita. In sostanza, guarire.
La pappa che riporta in carreggiata i piccoli pazienti della dottoressa Lazzerini non fermenta, non ha bisogno di acqua, è pronta all'uso, ed è rigorosamente made in Luanda. A suo modo è un pezzetto dell'Africa che cambia: più difficilmente di altri, perché in campo assistenziale gli interessi sono forti e poco abituati a essere sfidati in campo aperto. Ma con potenzialità ancora tutte da scoprire: con pochi mezzi e molto ingegno Lazzerini e i suoi collaboratori stanno sperimentando la formula che consente al continente di automedicare le proprie ferite alimentari. Si tratta di tagliare i ponti della dipendenza, rimandare al mittente i container di barrette e trovare in casa le risorse: le noccioline crescono ovunque, l'olio è di palma, lo zucchero di canna, i micronutrienti vengono forniti da un'azienda sudafricana. A smentire la denominazione di origine controllata rimane solo il latte in polvere che per il momento è impossibile non importare dall'Europa: «Perché in Angola non si coltiva la soia, ovvero la più valida alternativa proteica al latte animale». Ma siamo appena agli inizi. La ricerca continua, la comunità delle pappe copy free si espande dal Mozambico al Malawi, la sensazione è che la posta sia troppo alta per avere esitazioni di sorta: «In Africa la fame è la causa nascosta di circa il cinquanta per cento delle morti infantili», spiega Marzia. «Perché un bambino che mangia male è più esposto ai pericoli: malaria, morbillo, polmonite e tutti i rischi ambientali che possono assalirlo senza che lui nemmeno se ne accorga».
La pozione adesso è pronta, i bambini gradiscono, le mamme imparano ad accompagnare la ripresa dei figli con la pazienza e la perizia necessarie. Da quando a Luanda è entrato in scena il sacchetto ipercalorico, i bimbi denutriti possono essere curati in famiglia evitando settimane di ricovero in ospedale. Eppure non è che la punta dell'iceberg, qui in Angola.
Da una parte ci sono pochi grammi che cambiano la vita. Dall'altra l'immensa città che macina ricchezza senza produrre benessere. La pozione che fa la differenza è una pappa secca, un po' unta, che i piccoli afferrano come plastilina, succhiano come una caramella o addentano come un dolcetto. La città da cui vanno salvati è invece una megalopoli che da anni spende in lusso tutto quello che guadagna in petrolio: «La terapia in fondo è la parte più semplice», ammette Marzia Lazzerini: «Difficile è capire perché una madre ci porti il figlio quando è già in fin di vita e perché un'altra smetta di allattarlo a neanche due mesi dalla nascita». O perché, nonostante il boom economico, le fogne continuino a essere a cielo aperto, le scuole restino precarie, l'elettricità arrivi a singhiozzo e l'acqua potabile, quasi inesistente, sia un lusso assoluto. C'è di che farsi passare la voglia di raccogliere, sbucciare e mixare noccioline. Ma la ricerca è così: un micronutriente alla volta, una caloria dopo l'altra, i pediatri del Divina Providencia impastano domande e affidano la risposta a due numeri. 
Nella city di Luanda con sei euro compri una bottiglia d'acqua minerale francese, nel barrio di Kilamba Kiaxi con venti rimetti in piedi un bambino.

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LO SCEMO E' TORNATO, E PER NON ESSERE DA MENO INVOCA UN INTERVENTO (a caso) DELL'AUTORITA' GIUDIZIARIA


"Come posso riprendere un posticino nel Partito che da Democratico che era, oggi me l'hanno trasformato in Partito Giudiziario!?" Così si è chiesto il povero Walter Veltroni.
"Trovato!!! ora denuncio Marcello Dell'Utri perché non ha subito consegnato all'Autorità Giudiziaria il manoscritto di Pierpaolo Pasolini sull'Eni. E gli faccio mandare i Carabinieri a casa!"

D'Alema ha subito telefonato a Bersani di dire a Fassino di dire alla Finocchiaro di dire a Franceschini di dire a Veltroni di stare zitto. Franceschini gli ha mandato un sms, ma di suo ha digitato: "Sta zitto, scemo!"

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venerdì 19 marzo 2010

TI PRESENTO IL MOVIMENTO DELLE "GNOCCHE LIBERALI" - NON DONNE PASSIVE CHE SI CONCEDONO, MA ATTIVE CHE SEDUCONO...


La Gnocca Liberale decide di "aprirsi" alle istanze provenienti dall'esterno in relazione alla sua volontà di libero confronto con la "dimensione" maschile della politica che ella ritiene, generalmente, "fallace". Ed è proprio in questa ottica che la gnocca liberale applica il principio einaudiano del "conoscere per deliberare", ponendosi come dimensione fisica dell'esperienza risultante dall'incontro/scontro con le varie "estensioni" maschili della politica volte ad imprimere su di essa la necessaria "spinta" identitaria.
Ecco perché la gnocca liberale rivendica la posizione centrista della sua visione politica, perché solo al centro esatto della sua massima apertura concettuale essa riesce ad esprimere l'apoteosi del confronto libero e consapevole anche se a volte decisamente faticoso.
Altra caratteristica della gnocca liberale è la sua continua ricerca di nuove fonti di confronto con l'universo politico maschile il quale ritiene di poterne dominare la libera espressione ma che finisce sempre per soggiacere, per evidenti limiti fisici, ai potenzialmente infiniti ritmi di "confronto" che essa possiede.
Per queste ed altre ragioni possiamo tranquillamente definire la gnocca liberale come la massima espressione del concetto di "incontro" consapevole di posizioni morfologicamente opposte ma geometricamente compatibili che altro non è che il vero liberalismo.

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Nota. Se vuoi saperne di più, cerca "Gnocche Liberali" su Facebook. (Suggerimento di Marco Pannella)

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FRASE DI G.B.SHAW, RUBACCHIATA DAL PROFILO FB DI AGNES SPAAK (Grazie!)

Nella foto, Agnes Spaak

"Quando Dio ha fatto l'uomo e la donna, non li ha brevettati. Così da allora qualsiasi imbecille può fare altrettanto." (George Bernard Shaw)

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GREAT WORDS



Bojana Cukili Nerac:

"I only try to dance better than myself..."

Great words I did discover into FB. Words that a young girl says talking about herself.

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ANCORA "UNA DOMANDA A TUTTI GLI ABRUZZESI" - DUE RISPOSTE

Sì, in pochi minuti, il Post qui sotto ha ricevuto due risposte. Dall'Abruzzo. Le metto nella home page (insomma, in prima pagina) quasi in diretta.
1.Una è dolce, malinconica, ironica, eppure didascalica (il video della bella canzone interpretata nel 1972 da Mina e Alberto Lupo).

2.L'altra è tremenda, come un giudizio senza scampo (il viso del presumibile - così pensano tutti - Padrone di Gianni Chiodi).
Eppure, io ho guardato in faccia Gianni, ho pensato e lavorato con lui. E non posso perdere la Speranza del riscatto, suo e del Popolo Abruzzese.


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Nota. I due commenti sono visibili, dunque riscontrabili, a commento dei Post presenti su questo Blog.

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"UNA DOMANDA A TUTTI GLI ABRUZZESI" - UN'AGGIUNTA INDISPENSABILE.

Lunedì 15 marzo, rivolgevo una domanda a tutti gli Abruzzesi.
La domanda era:"In tutto l'Abruzzo, Gianni Chiodi ce l'ha uno straccio di Amico? Intendo dire: una persona perbene che gli sia Amica?"

La domanda era quel che appare: un invito agli Abruzzesi, una esortazione a sostenere Gianni, a tonificarlo, a dargli la forza della Rivoluzione del "Prendersi Cura" di cui il Popolo Abruzzese ha bisogno urgente.
Ma oggi sento necessario correggere-integrare la domanda. Così:

"Sì, il Popolo Abruzzese gli è Amico. Ma Gianni Chiodi è Amico del Popolo Abruzzese?"
Ecco: ora la domanda è rivolta al Presidente Gianni Chiodi.


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giovedì 18 marzo 2010

UN’INTERA CLASSE POLITICA TERRORIZZATA DA UNA BANDA CRIMINALE AL SERVIZIO DI POTERI FINANZIARI INTERNAZIONALI

Mai le Brigate Rosse riuscirono a paralizzare l’Italia. Questa Cosca sì.












Il Boss locale Carlo De Benedetti e il suo Lacché detto MicroSega.

E, sotto i tacchi, gli esecutori a contratto (due di loro sono perfino pagati con i soldi degli Italiani).
Poi, giù giù,
col sacco aperto, una banda scalcagnata erede di quella che fu la Sinistra Italiana, aspetta l'elemosina, in cambio di vergogna.
Nota. Voi direte: ma manca il cerebro-obeso Scalfari! Nessuna omissione: Bettino Craxi l'ha rinchiuso nel cesso.

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LA GRANDEZZA DI BENEDETTO XVI: “GOVERNARE NON E’ SEMPLICEMENTE UN FARE, MA GUIDARE E ILLUMINARE”













La Lezione di Papa Ratzinger ai Governanti:
“…per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di ministro generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo.”


"Non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da aspettare..."
di Benedetto XVI
ROMA, 18 marzo - Cari fratelli e sorelle, [...] san Bonaventura, tra i vari meriti, ha avuto quello di interpretare autenticamente e fedelmente la figura di san Francesco d’Assisi, da lui venerato e studiato con grande amore.

In particolar modo, ai tempi di san Bonaventura una corrente di frati minori, detti “spirituali”, sosteneva che con san Francesco era stata inaugurata una fase totalmente nuova della storia, sarebbe apparso il “Vangelo eterno”, del quale parla l’Apocalisse, che sostituiva il Nuovo Testamento.

Questo gruppo affermava che la Chiesa aveva ormai esaurito il proprio ruolo storico, e al suo posto subentrava una comunità carismatica di uomini liberi guidati interiormente dallo Spirito, cioè i “francescani spirituali”.

Alla base delle idee di tale gruppo vi erano gli scritti di un abate cistercense, Gioacchino da Fiore, morto nel 1202. Nelle sue opere, egli affermava un ritmo trinitario della storia. Considerava l’Antico Testamento come età del Padre, seguita dal tempo del Figlio, il tempo della Chiesa. Vi sarebbe stata ancora da aspettare la terza età, quella dello Spirito Santo.

Tutta la storia andava così interpretata come una storia di progresso: dalla severità dell’Antico Testamento alla relativa libertà del tempo del Figlio, nella Chiesa, fino alla piena libertà dei Figli di Dio, nel periodo dello Spirito Santo, che sarebbe stato anche, finalmente, il periodo della pace tra gli uomini, della riconciliazione dei popoli e delle religioni.

Gioacchino da Fiore aveva suscitato la speranza che l’inizio del nuovo tempo sarebbe venuto da un nuovo monachesimo. Così è comprensibile che un gruppo di francescani pensasse di riconoscere in san Francesco d’Assisi l’iniziatore del tempo nuovo e nel suo Ordine la comunità del periodo nuovo: la comunità del tempo dello Spirito Santo, che lasciava dietro di sé la Chiesa gerarchica, per iniziare la nuova Chiesa dello Spirito, non più legata alle vecchie strutture.

Vi era dunque il rischio di un gravissimo fraintendimento del messaggio di san Francesco, della sua umile fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, e tale equivoco comportava una visione erronea del cristianesimo nel suo insieme.

San Bonaventura, che nel 1257 divenne ministro generale dell’ordine francescano, si trovò di fronte ad una grave tensione all’interno del suo stesso ordine a causa appunto di chi sosteneva la menzionata corrente dei “francescani spirituali”, che si rifaceva a Gioacchino da Fiore. Proprio per rispondere a questo gruppo e ridare unità all’ordine, san Bonaventura studiò con cura gli scritti autentici di Gioacchino da Fiore e quelli a lui attribuiti e, tenendo conto della necessità di presentare correttamente la figura e il messaggio del suo amato san Francesco, volle esporre una giusta visione della teologia della storia.

San Bonaventura affrontò il problema proprio nell’ultima sua opera, una raccolta di conferenze ai monaci dello studio parigino, rimasta incompiuta e giuntaci attraverso le trascrizioni degli uditori, intitolata "Hexaemeron", cioè una spiegazione allegorica dei sei giorni della creazione.

I Padri della Chiesa consideravano i sei o sette giorni del racconto sulla creazione come profezia della storia del mondo, dell’umanità. I setti giorni rappresentavano per loro sette periodi della storia, più tardi interpretati anche come sette millenni. Con Cristo saremmo entrati nell’ultimo, cioè il sesto periodo della storia, al quale seguirebbe poi il grande sabato di Dio. San Bonaventura suppone questa interpretazione storica del rapporto dei giorni della creazione, ma in un modo molto libero ed innovativo.

Per lui, due fenomeni del suo tempo rendono necessaria una nuova interpretazione del corso della storia.

Il primo: la figura di san Francesco, l’uomo totalmente unito a Cristo fino alla comunione delle stimmate, quasi un "alter Christus", e con san Francesco la nuova comunità da lui creata, diversa dal monachesimo finora conosciuto. Questo fenomeno esigeva una nuova interpretazione, come novità di Dio apparsa in quel momento.

Il secondo: la posizione di Gioacchino da Fiore, che annunziava un nuovo monachesimo ed un periodo totalmente nuovo della storia, andando oltre la rivelazione del Nuovo Testamento, esigeva una risposta.

Da ministro generale dell’ordine dei francescani, san Bonaventura aveva visto subito che con la concezione spiritualistica, ispirata da Gioacchino da Fiore, l’ordine non era governabile, ma andava logicamente verso l’anarchia.

Due erano per lui le conseguenze.

La prima: la necessità pratica di strutture e di inserimento nella realtà della Chiesa gerarchica, della Chiesa reale, aveva bisogno di un fondamento teologico, anche perché gli altri, quelli che seguivano la concezione spiritualista, mostravano un apparente fondamento teologico.

La seconda: pur tenendo conto del realismo necessario, non bisognava perdere la novità della figura di san Francesco.

Come ha risposto san Bonaventura all’esigenza pratica e teorica? Della sua risposta posso dare qui solo un riassunto molto schematico ed incompleto in alcuni punti.

San Bonaventura respinge l’idea del ritmo trinitario della storia. Dio è uno per tutta la storia e non si divide in tre divinità. Di conseguenza, la storia è una, anche se è un cammino e – secondo san Bonaventura – un cammino di progresso.

Gesù Cristo è l’ultima parola di Dio, in Lui Dio ha detto tutto, donando e dicendo se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo Spirito Santo è Spirito del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito Santo: “Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14, 26), “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Giovanni 16, 15).

Quindi non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da aspettare. Perciò anche l’ordine di san Francesco deve inserirsi in questa Chiesa, nella sua fede, nel suo ordinamento gerarchico.

Questo non significa che la Chiesa sia immobile, fissa nel passato e non possa esserci novità in essa. “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, non vengono meno, ma progrediscono, dice il santo nella lettera "De tribus quaestionibus".

Così san Bonaventura formula esplicitamente l’idea del progresso, e questa è una novità in confronto ai Padri della Chiesa e a gran parte dei suoi contemporanei. Per san Bonaventura Cristo non è più, come era per i Padri della Chiesa, la fine, ma il centro della storia; con Cristo la storia non finisce, ma comincia un nuovo periodo.

Un'altra conseguenza è la seguente: fino a quel momento dominava l’idea che i Padri della Chiesa fossero stati il vertice assoluto della teologia, tutte le generazioni seguenti potevano solo essere loro discepole. Anche san Bonaventura riconosce i Padri come maestri per sempre, ma il fenomeno di san Francesco gli dà la certezza che la ricchezza della parola di Cristo è inesauribile e che anche nelle nuove generazioni possono apparire nuove luci. L’unicità di Cristo garantisce anche novità e rinnovamento in tutti i periodi della storia.

Certo, l’ordine francescano – così sottolinea – appartiene alla Chiesa di Gesù Cristo, alla Chiesa apostolica e non può costruirsi in uno spiritualismo utopico. Ma, allo stesso tempo, è valida la novità di tale ordine nei confronti del monachesimo classico, e san Bonaventura [...] ha difeso questa novità contro gli attacchi del clero secolare di Parigi: i francescani non hanno un monastero fisso, possono essere presenti dappertutto per annunziare il Vangelo. Proprio la rottura con la stabilità, caratteristica del monachesimo, a favore di una nuova flessibilità, restituì alla Chiesa il dinamismo missionario.

A questo punto forse è utile dire che anche oggi esistono visioni secondo le quali tutta la storia della Chiesa nel secondo millennio sarebbe stata un declino permanente; alcuni vedono il declino già subito dopo il Nuovo Testamento.

In realtà, “opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, ma progrediscono. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la nuova spiritualità dei cistercensi, dei francescani e domenicani, della spiritualità di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via?

Anche oggi vale questa affermazione: “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, vanno avanti. San Bonaventura ci insegna l’insieme del necessario discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell’apertura a nuovi carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa.

E mentre si ripete questa idea del declino, c’è anche l’altra idea, questo “utopismo spiritualistico”, che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa preconciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di grazia.

In questo senso, san Bonaventura, come ministro generale dei francescani, prese una linea di governo nella quale era ben chiaro che il nuovo ordine non poteva, come comunità, vivere alla stessa “altezza escatologica” di san Francesco, nel quale egli vede anticipato il mondo futuro, ma – guidato, allo stesso tempo, da sano realismo e dal coraggio spirituale – doveva avvicinarsi il più possibile alla realizzazione massima del sermone della montagna, che per san Francesco fu la regola, pur tenendo conto dei limiti dell’uomo, segnato dal peccato originale.

Vediamo così che per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di ministro generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo.

Di questi suoi scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la strada da percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei menzionarne solo uno, il suo capolavoro, l’"Itinerarium mentis in Deum", che è un “manuale” di contemplazione mistica.

Questo libro fu concepito in un luogo di profonda spiritualità: il monte della Verna, dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le circostanze che diedero origine a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè la visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad esso conduce” ("Itinerario della mente in Dio", Prologo, 2, in "Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici", 1, Roma 1993, p. 499).

Le sei ali del Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono progressivamente l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del mondo e delle creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue facoltà, fino all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a imitazione di san Francesco d’Assisi.

Le ultime parole dell’"Itinerarium" di san Bonaventura, che rispondono alla domanda su come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio, andrebbero fatte scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere come ciò (la comunione mistica con Dio) avvenga, interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti... Entriamo dunque nella caligine, tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo con Filippo: ciò mi basta” (ivi, VII, 6).

Cari amici, accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi possiamo intendere la sua voce divina, che ci attrae verso la vera felicità.
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Grazie a Sandro Magister - www.chiesa.it

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BUONGIORNO, di Johann Wolfgang von Goethe


Ja, das ist das rechte Gleis,
dass man nicht weiss, was man denkt,
Wenn man denkt:
Alles ist als wie geschenkt.


(Sì, questa è la via giusta,
che non si sa cosa si pensa
quando si pensa:
tutto è come donato.)

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mercoledì 17 marzo 2010

TENÉTEVI FORTE: IL 6 MAGGIO, A MILANO, 4 BANCHE SONO CHIAMATE IN GIUDIZIO PER UNA PRESUNTA TRUFFA DI 1685 MILIONI DI EURO IN “DERIVATI”!!!

Nella foto qui accanto, il raffinatissimo tempio
dei "Derivati":
Palazzo Marino, Milano.

La chiamata in giudizio di Deutsche Bank, Ubs, Jp Morgan e Depfa Bank (più una tredicina di tipetti sciolti) è opera di un mitico PM aggiunto, tale Alfredo Robledo.
Voi direte: “Minchia! Finalmente si possono stangare questi delinquenti di banchieri!”
E io vi rispondo: “Sì, mah…ehm…uhm uhm… perché, quando c’è di mezzo un PM, non mi riesce di fare il tifo per la Legge… e mi tocca perfino stare dalla parte delle Banche?!?!”

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LA RESPONSABILITA' DEL CAPO, PER ESEMPIO...

...grazie a Gabriele Rossi,
un esempio "piccolo" di un comportamento Grande.

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LUISA POGLIANA - "DONNE SENZA GUSCIO" - Editore Guerini e Associati


Se sei una Donna, e non una "aspirante-uomo", questo libro ti farà bene.

Ecco una pagina scelta a caso:

(.........) Il lavoro può essere un grande piacere. Come il compiere i «doveri» della vita privata è anche manifestazione di amore, così accade con il lavoro. Non solo lavorando si va oltre il dovere, non solo il lavoro può essere fonte di piacere. Più precisamente, il lavoro è luogo dove agiscono i sentimenti e si manifesta l’amore. È un mondo vitale, un’attività creativa e dunque anche piacevole: la donna che lavora non solo crea cose, non solo crea se stessa, crea anche relazioni.
Il lavoro può dunque diventare il territorio franco dove abita la libertà e dove vive la felicità. Il piacere e l’affettività non stanno solo nel privato.
Questo modo di intendere il lavoro è, soprattutto per la donna, certo meno tollerabile della tradizionale rappresentazione che intende il lavoro come necessità. Il lavoro come necessità è chiaramente collocato in una scala di priorità: superato il bisogno, appena possibile, appare normale ritrarsi nel porto della vita privata, luogo deputato degli affetti e della realizzazione personale.
Ma qui vediamo invece un’inversione nei luoghi: succede che il lavoro diventi un po’ casa e la casa diventi un po’ lavoro. Succede che il lavoro diventi, per la donna, strumento di pienezza, luogo di costruzione di un’altra identità, luogo dove si vive un’altra vita, al di fuori della coppia, della famiglia.
Dopotutto, diceva Karl Kraus, «La famiglia è un’interferenza nella vita privata». (Detti e contraddetti, Adelphi 1972)
Viene da dire, con Kraus, che esiste anche una vita «privata», separata e diversa rispetto alla vita di coppia e alla vita familiare. Situazione interessante e coinvolgente, che può però diventare davvero conflittuale con la vita «di casa». Qui non è più solo in gioco il tempo che il lavoro assorbe.
Non stiamo parlando necessariamente di relazioni alternative, più o meno amorose. Bastano a dar corpo a questa «vita di lavoro» vissuta con pienezza grandi soddisfazioni e grandi passioni.
Succede. Per esempio quando lei vola più in alto di lui.
(.......)

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E siccome da cosa nasce cosa, ho pescato, in un'altra pagina, un rimando che ti passo pari pari. Luisa Pogliana scrive:
"Annette Weiner, etnografa, agli inizi degli anni Settanta, è tornata alle isole Trobriand, nei luoghi dove cinquant’anni prima aveva compiuto le sue ricerche Bronislaw Malinowski. Ciò che notò non furono differenze legate al tempo passato, ma invece differenze legate al diverso sguardo. Malinowski, osservando quel mondo, l’aveva guardato con occhi maschili. E in certi luoghi, luoghi dove vanno solo le donne, non c’era andato."
Per chi, come me, si è formato anche sull'antropologia culturale e specialmente su Malinowski, questa nota è esplosiva, e mi esorta alla cerca di:
Annette Weiner, Women of Value, Men of Renown: New Perspectives in Trobriand Exchange, University of Texas Press, Austin 1976, p. 12.
Però questo riguarda me. Quello che riguarda te è probabilmente la lettura di "Donne senza guscio" dalla prima all'ultima parola.

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martedì 16 marzo 2010

GRAZIE A GABRIELE ROSSI, VI REGALO UN PENSIERINO DI ETTORE GOTTI TEDESCHI CONTENENTE UN PENSIERINO DI JEAN GUITTON...


"Ora siamo di fronte a tempi di austerità forzata, almeno nel mondo occidentale, ed è necessario aiutare l’uomo a riconquistare il controllo dell’economia aiutandolo a capire che la morale applicata in economia produce effetti più positivi e migliora i vantaggi competitivi. Nel frattempo è bene riflettere su quanto scrisse uno dei maggior pensatori del 900, Jean Guitton: «Si possiede interamente solo ciò a cui si è rinunciato ». È evidente il perché: se non possiamo rinunciare a qualcosa significa che quella cosa possiede noi."
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Però, se vuoi leggere l'articolo intero di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, eccoti servito:
Continuiamo a notare, opportunamente, una grande ansia di richiamare esigenze di etica e di fare proposte di nuovi modelli di capitalismo. Temo però che grandi soluzioni con questo approccio giuridico economico sul capitalismo o sulla responsabilità sociale dell’impresa non si troveranno. Soluzioni vere si produrranno solo se si hanno idee e progetti per cambiare l’uomo anziché gli strumenti. E questo non è un mestiere da giuristi, economisti, sociologi o filosofi. Io penso che sia piuttosto un mestiere da “buoni preti”.

Sarò provocatorio, ben conscio di proporre considerazioni che non saranno condivise. L’uomo non è stato creato perché lavorasse. L’uomo è stato creato anzitutto perché pensasse. Se l’uomo non pensasse prima di lavorare, lavorerebbe senza pensare e non darebbe senso al suo lavoro. La dignità dell’uomo non sta nel lavoro, sta nel pensiero precedente al suo lavoro (la famosa canna pensante di Pascal). Se l’uomo ha un pensiero vero, forte e maturo, il suo lavoro ne trae beneficio. Con conseguenze evidenti sui modelli di capitalismo migliori.

Il capitalismo e l’impresa sono solo strumenti, inutile pretendere che siano loro “etici”, etico sarà solo il comportamento dell’uomo che li usa. Inutile però pretendere dall’uomo che li usa che lo faccia dando loro un senso etico se il pensiero dominante esclude che la vita umana stessa abbia un senso. Se non ha senso la vita, neppure si può pretendere che l’abbiano gli strumenti. Così torniamo al mestiere del “buon prete” che indirettamente influenza l’azione economica, coltivando nell’uomo la Verità e la visione del bene.

La crisi economica in corso, cui continuiamo a far riferimento, non è pertanto nel modello di capitalismo adottato, è nelle idee, nel pensiero dell’uomo di questo secolo, che si trasferisce inesorabilmente nel comportamento e nell’azione economica. Non va rinnovato pertanto il modello di capitalismo, va rinnovato l’uomo. Come? Penso che non si debba aver più paura di parlare di morale vera discutendo argomenti economici. La morale non mette mai in discussione il funzionamento di modelli economici leciti poiché sono mezzi. La morale si occupa solo dei fini, ma la morale ha un fondamento su verità considerate assolute, altrimenti diventa una morale secondo le mode, mode che sono prodotte dalle infinite libertà che l’uomo ha. Da una parte si pretende che solo queste libertà, a priori, possano produrre la scoperta di una verità. Dall’altra parte si crede che solo l’accettazione della Verità produca libertà responsabili.

Se è vero che la possibile moralizzazione dell’economia debba passare attraverso la responsabilizzazione delle persone che operano in economia, è indispensabile chiarire a quale responsabilizzazione morale facciamo riferimento. Se si è liberi di averne tante, sarà difficile convergere nel mondo globale su un criterio universale di morale comportamentale del capitalismo o di responsabilità sociale dell’impresa. Quale morale, quale responsabilità? Max Weber distingueva tra morale di responsabilità e morale di convinzione personale. Ma come si può aver vera responsabilità delle proprie azioni se non ci si crede, se non se ne è convinti? E come può questa convinzione esser stabile se non ha un riferimento assoluto?

Per queste ragioni credo che, invece di lasciar libera l’immaginazione alla scoperta di capitalismi adatti al mondo globale, sia più urgente ascoltare le parole del pontefice su come si deve rinnovare l’uomo. Studiando l’enciclica Caritas in veritate, magari con l’aiuto del famoso “buon prete”, piuttosto che di un economista o sociologo supponente. Credo che sia ora di tornare a fare un po’ di buona e vera morale come si faceva una volta, magari con più esempio e meno autorità, ma negli ultimi tempi si è esagerato nel contrario, abdicando al proprio ruolo, arrivando a confondere persino il ruolo stesso della morale, lasciandola subordinare a ogni moda culturale soggetta a continue evoluzioni, volendo mostrare apertura a morali adeguate ai tempi. Arrivando però a promuovere strumenti totalmente autonomi dalla morale stessa, come l’economia e conseguentemente l’uso del modello capitalistico.

Nella storia molti pensieri economici si sono sviluppati progressivamente sempre più indipendenti da criteri morali, ora sono i modelli di competizione globale che impongono una forma di relativismo morale in economia. Vedremo presto i risultati di come tali modelli, fondati soprattutto su differenti visioni della dignità della persona, competeranno sui mercati. Proprio per questo credo che la morale oggi non debba farsi intimidire dall’arroganza dialettica degli antimoralisti. Non si deve permettere che si continui a concedere alla morale cattiva di scacciare quella buona. Come hanno peraltro riconosciuto negli ultimi due anni tutti, pronti magari a dimenticarsene presto.

Ora siamo di fronte a tempi di austerità forzata, almeno nel mondo occidentale, ed è necessario aiutare l’uomo a riconquistare il controllo dell’economia aiutandolo a capire che la morale applicata in economia produce effetti più positivi e migliora i vantaggi competitivi. Nel frattempo è bene riflettere su quanto scrisse uno dei maggiori pensatori del 900, Jean Guitton: «Si possiede interamente solo ciò a cui si è rinunciato ». È evidente il perché, se non possiamo rinunciare a qualcosa significa che quella cosa possiede noi. E questa è la storia vera degli errori fatti nell’uso dello strumento capitalistico: se non impariamo a dominare gli istinti e le pulsioni queste domineranno noi. Ecco l’esigenza del famoso “buon prete”, che spero debba lavorare molto intensamente nei prossimi tempi…

Ettore Gotti Tedeschi
fonte: ilsole24ore.com

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3° FESTIVAL INTERNAZIONALE FILM CORTO TULIPANI DI SETA NERA: “UN SORRISO DIVERSO”


CONFERENZA STAMPA
ROMA - Venerdì 19 Marzo RAI, Viale Mazzini 14 -
Sala A, ore 12.00


Il Direttore Artistico Andrea Roncato e i conduttori Stefania Orlando e Luigi Cassandra presentano:
il Festival Internazionale di Film Corto “Un Sorriso Diverso”, giunto alla terza edizione, che si svolgerà presso il Cinema Embassy a Roma il 22 Marzo.
Inoltre, interverranno: Cristian e Brando De Sica, Enzo Iacchetti, Lino Banfi, Veronica Pivetti, Enrico Brignano, Matteo Branciamore, Edoardo Leo, Fioretta Mari, Rossella Izzo, Francesco Botta, Cristiano Celeste.
La manifestazione è organizzata da studenti universitari insieme all’associazione studentesca universitaria “Università Cerca Lavoro”. Questa iniziativa ha l’obiettivo di promuovere il lavoro di giovani autori, che con i propri lavori, racconteranno tramite le immagini “non il semplice racconto di una diversità, ma l’essenza della diversità, sapendola soprattutto valorizzare”.
Per la III edizione il Festival “Tulipani di Seta Nera” abbraccia per il concorso di cortometraggi la tematica: “il valore della Sicurezza sul lavoro” perché se non si tiene vivo questo valore non si può progettare un futuro sorridente per i lavoratori e per i datori di lavoro.
L’obiettivo della manifestazione è quello di far si che la diversità sia vista nei suoi molteplici aspetti positivi lasciando in tutti coloro che vi parteciperanno uno spunto di riflessione oltre che un arricchimento culturale. Ciò sarà possibile grazie all’ingegno di giovani artisti e alla cinematografia che da sempre ha dato voce ai pensieri, alle opinioni e ai sentimenti.
La finalità è quella di creare una nuova società solidale, dove la macchina da presa diventi il mezzo capace di filmare le coscienze dei giovani e di tutte le persone, portatori sani di cultura,
“L’Università Cerca Lavoro”
Associazione Studentesca Universitaria
Sede legale: Via Campagnano, 60 00196 Roma - Tel: 320.9105493
sito web: www.universitacercalavoro.org

Festival Internazionale di Film Corto a Tema.
www.tulipanidisetanera.it

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NO, CARI BESANA E MALGIERI, LA GUERRA NON È TRA GENERAZIONE-FINI E GENERAZIONE-BERLUSCONI.



Tra i Cinquantenni (Generazione Fini) e i Settantenni (Generazione Silvio) non vince nessuno.


E certamente perdono i Trentenni e i Ventenni, unica speranza di Futuro.
Chi fa Politica Professionale non ha interesse a capire il mondo, figuriamoci a interrogarlo! C’è sempre di mezzo un solo scopo, un solo codice: il Potere. (E stiamo parlando delle Classi Dirigenti Soltanto Cieche: non delle Bande Armate di Veleno e Disarmate per Distruttività.)
Nemmeno Silvio, nemmeno Gianfranco – che pure hanno un’idea semi-decente della “Politica” - sono alleati del Futuro. Sembrano flirtare con i “ragazzi”, ma solo per arruolarli. Non permetteranno mai di facilitare, di incoraggiare la nascita, la crescita, l’affermazione di un’idea solidale della Comunità, un’idea solidale dell’Economia, un’idea fraterna e aperta dello “Stato”.
Una Rivoluzione è indispensabile. La Rivoluzione del Prendersi Cura, per fondare una Città degli Uguali.

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lunedì 15 marzo 2010

UNA DOMANDA A TUTTI GLI ABRUZZESI




"In tutto l'Abruzzo, Gianni Chiodi ce l'ha uno straccio di Amico? Intendo dire: una persona perbene che gli sia Amica?"

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IL CAPRICCIOSO SUICIDIO DI UN POVERO "RICCO SCEMO"


Niente armi, niente forca, niente vasca da bagno. Stavolta il ricco scemo, per suicidarsi, ha scelto un uomo (un uomo? diciamo un quaqquaraqquà!). E, senza sporcare per terra, anzi sparando merda di parole contro tutti, il "quaqquaraqquà" suicida il suo padrone giorno dopo giorno, disfacendo la sua squadra, umiliando persone fragili, facendolo odiare da tutti, e facendo odiare la sua famiglia. La quale - forse - non interviene a ragion veduta.

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STEFAN GEORGE - DER STERN DES BUNDES (LA STELLA DELL'ALLEANZA)













(.......) Der strom geht hoch… da folgt dies wilde herz
Worin ein brand sich wältz von tausendjahren
Den es verbreiten möcht in licht und tiefe
Und nicht entladen kann – den spiegelungen.
Es seufzt den wellen nach als soviel wesen
Die ihm entrinnen ihm entronnen sind
Und weiss nicht rat in die paar tropfen bluts
Verströmt sind in die endlos laute fülle…
Da tauchst du Gott vor mir empor ans land
Dass ich von dir ergriffen dich nur schaue,
Dein erdenleib dies enge heiligtum
Die spanne kaum für eines arms umfassen
Fängt alle sternenflüchtigen gedanken
Und bannt mich in den tag für den ich bin. (.......)
*******
Leggi la traduzione italiana di Antonia-Siglinda Rossi, edizioni Novecento, Palermo 1987

(.......) Ove da mille anni un incendio si consuma
che questo cuore vuol diffondere in luce e in profondità
e del quale non può liberarsi – ai riflessi.
Le onde rimpiange quali altrettanti esseri
che gli sfuggono gli sono sfuggiti,
e non sa rimedio prima che le poche gocce di sangue
siano sparse nella rumorosa piena senza meta…
Allora emergi tu Dio davanti a me verso terra
sì che io, preso da te, te solo guardi:
il tuo corpo terreno, questo stretto santuario
appena un palmo per un abbraccio
raccoglie tutti i pensieri che tendono alle stelle
e mi confina nel giorno per il quale io sono. (.......)

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