martedì 9 febbraio 2010

AL TRIBUNALE DI PALERMO VA IN SCENA UNA SCENEGGIATA DEGNA DI STALIN E BERIA


Nell’URSS si chiamava Terrore.
Qui si chiama Magistratura Democratica.

Articolo di Paolo Granzotto, Il Giornale – 9 febbraio 2010
A essere scandalose non sono le parole di Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con Berlusconi, Dell’Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per oltraggio alla giustizia e all’intelligenza dei componenti la Corte. Nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura, nell’ottobre del ’95, del boss mafioso Bernardo Provenzano.

Cosa c’entra, dunque, la fondazione di Forza Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?
Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario, che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a Marcello Dell’Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica; figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all’immagine di un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo. Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un’aula dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in un’aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle origini di Forza Italia.
È lecito chiedersi perché ciò sia stato consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un collaboratore di giustizia, non un teste, ma un «dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo l’interesse e la disposizione d’animo. È poi doveroso chiedersi perché la Corte, una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con quelle che il «dichiarante» giusto l’estate scorsa: «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: “È fuori da tutto”. Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...».
È noto che la magistratura - e ciò va a suo onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella causa in corso (e anche non in corso, se è per questo). Possibile che mancasse quell’intervista rilasciata da Massimo Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano un «dichiarante», non gli si offre la platea di un’aula giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai raggi X. Non resta quindi da pensare o a un governo alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una precisa volontà di cogliere l’occasione per coinvolgere in un processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso anch’esso. Tertium non datur.

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QUESTI NON SONO PIRLA PADANI. QUESTI SONO...

EXTRA-COMUNITARIO
CLANDESTINO!








EXTRA-COMUNITARIO
CLANDESTINO!






EXTRA-COMUNITARIO
CLANDESTINO!

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CHIAMIAMOLI PER NOME: I NUOVI TERRORISTI SONO UMBERTO BOSSI, MATTEO SALVINI E GLI ALTRI CAPI DELLA LEGA CHE AUTORIZZANO L'UMILIAZIONE DEI PIU' DEBOLI




Abbiamo chiamato Terroristi - e peggio: Cattivi Maestri, dunque Responsabili del Terrorismo - i Toni Negri, i Sofri, i Curcio etc.

Il loro Terrorismo è stato sconfitto perché era circoscrivibile, perché la "coscienza popolare" non ne era stata e non ne fu contaminata.
Che aspettiamo a chiamare Terroristi, mandanti di Terrore Autorizzato, istigatori di "annientamento razziale", degeneratori dell'anima e della cultura ospitale di una massa intera di Italiani, i mostruosi ridacchianti, gutturalizzanti lumbard che quotidianamente predicano la cacciata, l'espulsione, la punizione, l'umiliazione di quel Popolo dei Poveri che bussa a casa nostra per chiedere aiuto?!
Liberiamo l'Informazione, le Giornate, la Vita quotidiana, la Mente e il Cuore dei più fragili tra noi dalla vista e dall'ascolto di quegli apparati gastrici che si chiamano Bossi, Salvini, Calderoli, e altri innominabili.
E invitiamo senza tentennamenti Silvio Berlusconi a dissociare se stesso, il suo Governo, la sua Politica, il suo Popolo, da quei corruttori dell'Italia.

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BUONGIORNO


"Quale Europa ci viene proposta e a quale Europa ci riferiamo? Di chi siamo eredi e a chi lasceremo la nostra eredità? Di chi sono le croci dei nostri cimiteri, benedette nella parola di Cristo? (...) Non è in discussione la qualità delle zucchine, non abbiamo intenzione di mercanteggiare sulle quote latte o sulla gradazione alcolica dei vini..."

Loris Facchinetti
(Ryurik)

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lunedì 8 febbraio 2010

NEL MIO "SESSANTOTTO", RIVOLUZIONARIO ERA VIVERE NELLA CASA DI VETRO DI SAINT PIERRE DU PONT, A LOUVECIENNES

Dalla raccolta di versi “In morte di Ulisse”(1969-1970) pubblicata in Il verso, il vizio, lo stile, la morte – Scenario editore, 1985.


La casa di vetro

Mentre un poliziotto a Milano riceve
indefiniti applausi e lacrime in mortem
dai soliti cinquantamila che commozione
non avranno nei loro venti o quarant’anni
tra le mura di casa – et à Paris quelli
della Facoltà di Medicina imparano
la lezione del maggio e della vana
tecnocrazia senza nomi prestigi epopee
- e parla inascoltato il papa da Roma
non più imperiale né umile né contestata
- mentre
- mentre:
ecco l’uomo/ragazzo ora saggio
ora disperato,
eccolo costretto negli abiti stretti
di persona senza reggia miti frustrazione
- e la sua donna senza storia e finalmente
senza chilometri
- e gli amici come un tempo
accanto e non intorno e non distanti e questo fittizio soggettivo e oggettivo essere due,
cosa e persona e viceversa
rovesciandosi infine
a lottare per terra e cercare la fine
della vendetta
(l’automobile gli acquisti la cena fuori
le corse per lavoro e non più umilianti costruzioni –
i capelli del mattino –
il volto senza difesa –
le parole senza linguaggio ancora ma
parole –
persona senza domeniche e porte chiuse e abiti scelti).
Mentre la donna avec sa raison
riposa o quieta s’aggira rispettosa di sé,
l’ordine si impossessa delle brevi
stanze e dei lunghi circolari panorami
- l’ordine dell’autunno di fiori di neve
dell’anfiteatro di neve di bosco di castelli
- e l’ordine dei libri degli ospiti e dei giochi
rotondi
- l’ordine preordinato del weekend goethiano
e del suo medesimo ordine non mediocre.
Era la prima
o la seconda neve in questa periferia di grandi
memorie – lo sguardo del vento ancora vòlto
a quel mio nuovo puno cardinale di città
più che lontana più che rifiutata
- provvisoriamente zero
- come e qualmente dimostrasi il dilagare
dell’amore nuovo
- mentre torna il felice
lapsus infantile di Mildura… “human being oppure
human bean? Human beings oppure oppure
human beans? oppure entrambi entrambi”…
per chi
il giardino senza passeggiata?
Costruzione silenziosa dentro la schiavitù
Del mito:
e ora – a lui mito davanti,
noi due in faccia finalmente animali,
come due animali –
distruggere me con te e distruggere col mio
corpo il mito e col tuo corpo il mito di te
e con la nostra allegoria dolente restituire
al niente le molteplici occasioni
di aerei e di città
senza perdonare.
Come questi muri di vetro
aperto non perdonano all’alba lenta e al rapido
fotofinish del tramonto l’anacronistica legge
della luce e del buio (muri scudo
di trasparenze e di affinità) immobile quando
ogni altra legge è accettata o voluta.
Dentro quest’ordine e dentro questo gioco
fammi urlare alla constatazione delle cose
e fammi dire forte come non fossi io
contemplativo
questo pomeriggio quando un giorno ho trascorso
incollato al tuo viso di silenzio e sorriso
e di malinconia – tu addormentata nell’ordine
disperato delle domande – io disperato e quasi
sereno
con gli occhi aperti spalancati fissi sui tuoi
sotto le palpebre che il sogno appena
increspava.

Nella casa di vetro arredata di prospettive
incatenate e fisse tu
puoi
finalmente parlare a me e io posso
senza scrivere lapidi memorie di bronzo
di carta di pellicola di luoghi.
Ognuno di noi rivestito
dell’altrui solitudine e sfogo e silenzio,
sa di neve di bosco di tubi di scarico
sotto il tunnel de la Celle Saint Cloud
- e risvegliandosi e non riconoscendosi
avrà perduto ciò che amava di sé.
Terrà stretto e accarezza ciò che di sé temeva.

*****
Quanto mi manca la mancanza di te.
Quanto povere sono queste caramelle che ti porgo
strette in una mano.
E di quanto irripetibili suoni di festa
sento che mi riempiva il tuo non esserci.
Quanto l’ex mio sovrano trionfo cristiano
Si scioglie e naufraga a colpi di gioia e di verginità.
Dentro la casa della conchiglia il ritorno
Ogni sera da Parigi – dentro il weekend –
la vaisselle – le provviste alimentari –
dentro lo scambio degli accenni e, quando bastano,
i silenzi (ancora, anche qui)
lentamente dall’ordine nacque
la malattia.
Dopo aver tanto immaginato morte,
la realtà di questa mua contratta malattia
quasi cercata e derisa dentro
la casa di vetro, coi timidi passaggi sorridenti
e curiosi del mio docteur Durepaire
in scarpe da tennis sulla seconda o terza
(ma veramente bianca) neve
sulla conchiglia naturale di Saint Pierre du pont,
e di là il rumpre così fittizio e amaro
della vaisselle timida – il gioco della casa
il gioco della neve
il gioco delle courses
il gioco del silenzio
il gioco del medico
il gioco del telefono
gli amici appesi soltanto all’amicizia
così recente
qui dentro la neve silenziosa
ritorno a ogni suono di telefono
cerco di analizzarlo secondo
la mia paura o la mia debolezza tenerezza euforia
e dargli – avanti che sia voce e persona –
un nome
un non generico saluto –
mentre la bianca traversa silenziosa
le pareti di vetro e fa già una distesa
incontaminabile
e dentro c’è casa
e giochi e quell’ordine e quei dischi
e tutta la legge scritta della nostra
completa comprensione delle cose
intrecciate ma lucide come la non speranza.

Io non credetti mai – e li bestemmio –
Ai poeti dei paesaggi.

*****
Basta una cartolina dell’amico
Ritrovato a Parigi e perduto a Milano
- dove io tanto spesso prima avrei sognato
di perdermi senza echi –
a rompere un’immagine e ridarmi
l’ordine di un eterno weekend malato
di veli e reticenze tenere e con veli e nuove
reticenze squarciato per guardare dentro ochi
e occhi dentro occhi e parole dentro
her mind
my mind
perché è solo là che io posso lavorare
e tu con me, mentre
ci trova senza mani il discorso del cuore –
basta una cartolina da un altro ordine
riguadagnato,
basta che franga la neve
o la provochi, Giove postcristiano vile
basta perché si sciolga questo gioco
alla neve alla casa
e ancora:
dopo Orly non più simbolo ma numero di volo
e ora e codice
queste interminabili pareti di vetro non bastano
a dirci quanti e quanti appartamenti
e isole rumorose e immobili d’albergo
ci attendono ancora nella loro
e quindi nostra ipocrisia.
Oggi:
le 6 décembre – mentre Le Monde
mi dice che Montale apre infine le porte
del troppo a lungo serrato cuore intelligente
di questa necessaria francia di noi tutti.
Oggi: le 6 décembre, sabato non disperato
di quiete – riflessioni – voci
infine.

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VESPA, BRUNO - Homines sunt consequaentia Nominarum

Ve-spa.
Acrostico sillabico - VE-SPA - formato da VE-(RMINAIO) e SPA-(VENTOSO).
Singolare destino parallelo della Persona e della Parola che, unite, costituiscono il nome, nascendo in epoca in cui la Persona era inguardabile e la Parola indicava “cosa schifosa quant’altre mai”. Oggi VESPA, incarnato nel Nome, è un apprezzato Signore della TV, e il magma "VERMINAIO SPAVENTOSO" è nobilitato, appunto, dall’acrostico VES-PA; che, non dimentichiamolo, significa anche il più rompicoglioni degli animaletti volanti.
Il quale però fa bzbzbzbzbz… ed è sempre meglio di Butti-glione, con o senza Pungi-glione.

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domenica 7 febbraio 2010

13 FEBBRAIO - "CONVEGNO SUL PARCO DELLA VAL D'ORCIA"! OH MADONNA, COME SI FA, CHE UN CI POSSO VENI'!?


...Ma se per esempio, oh Nicoletta, tu m'avessi mandato un'immagine ingrandibile e leggibile, tanti altri ci avrebbero capito qualcosa.
***E se gli organizzatori non avessero fatto tutto quell'abuso di zeta - zzzzz - ci si sarebbe fatta più bella figura.
***Se poi l'evento avesse previsto di intitolare tutta la Val d'Orcia a Dore, il mitico capoccia del Podere di Riguardo, che mi leggeva per ore tutta la Divina Commedia, la Gerusalemme Liberata e l'Orlando Furioso, eh allora... sarebbe mondiale.

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ÈVITA SAN VALENTINO


Èvita San Valentino.






Èvita di chiedere “che facciamo a San Valentino?”.

Èvita di rispondere se ti chiede “che facciamo a San Valentino?”.

Èvita di uscire di casa nei giorni di San Valentino.

Èvita di fare gli acquisti di San Valentino.

Èvita di fare regali di San Valentino.

Èvita di ricevere regali a San Valentino.

Èvita di rispondere se ti chiede “che vuoi per San Valentino”.

Èvita chi ti vuol dire che regalo ha ricevuto per San Valentino.

Èvita chi te la dà a San Valentino.

Èvita chi te la dà solo perché è San Valentino.

Èvita chi un giorno te la darà ma non a San Valentino.

Èvita chi te lo vuole dare perché è San Valentino.

Èvita il contentino per San Valentino.

Èvita riunioni di famiglia per San Valentino.

Èvita il pranzo la cena e lo spuntino di San Valentino.

Èvita i cioccolatini di San Valentino.

Èvita i cioccolatini speciali per San Valentino.

Èvita il weekend di San Valentino.

Èvita le notti di San Valentino.

Èvita le opere buone di San Valentino.

Èvita di fare la pace per San Valentino.

Èvita di fare l’elemosina perché è San Valentino.

Èvita il panettone avanzato da Natale per San Valentino.

Èvita le manate sulle spalle per San Valentino.

Èvita gli abbracci più giù delle spalle per San Valentino.

Èvita via Spiga per San Valentino.

Èvita via Condotti per San Valentino.

Èvita la minigonna per la visita ai carcerati a San Valentino.

Èvita di regalare 1 milione di Euro ai Rom per San Valentino.

Èvita tutto il giorno gli sms di San Valentino.

Èvita le trasmissioni di Gerry Scotti per San Valentino.

Èvita di regalare abbonamenti a “Chiamami” per San Valentino.

Èvita di smettere di odiare perché è San Valentino.

Èvita di voler riprendere il discorso per San Valentino.

Èvita la vostra canzone di San Valentino.

Èvita le multe per divieto di sosta a San Valentino.

Èvita di fingere di godere perché è San Valentino.

Èvita di tuffarti nudo nel Tevere a San Valentino.

Èvita di imitare l’accento rumeno per San Valentino.

Èvita di metterti il cuore in pace per San Valentino.

Èvita… senti, fate quel che vi pare, ma se vi siete
ritrovati anche quest’anno a “festeggiare” San Valentino con i soliti versi e le solite puttanate, meglio se vi lasciate subito. Poi, può solo peggiorare.

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LA FAMIGLIA DEI LADRI TORINESI SARA' COSTRETTA A RESTITUIRE IL "CORRIERE DELLA SERA" AL SUO LEGGITTIMO PROPRIETARIO: ANGELO RIZZOLI.


Angelo Rizzoli,
la vittima.












Gianni Agnelli,
il boia.





E' LA RESA DEI CONTI.

Solo poi si potrà tornare a parlare di Giustizia in Italia. Quando questi "Lupi travestiti da Agnelli" (Feltri) verranno espropriati di tutta l'Italia che hanno ingoiato e masticato. A partire dalla vergognosa rapina della Rizzoli-Corriere della Sera. Dopo 27 anni: il tempo della vergogna. Oggi 2010: il ritorno dell'onore.

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CON QUESTA FACCIA NON SI PUO' PISCIARE A LETTO E DIRE CHE SI E' SUDATO...


L'ex-Famiglia onnipotente e indecente che teneva in piedi una grande Juventus vincente... si è ridotta a fare la caricatura del Potere.
Fanno fuori gente capace (Moggi-Giraudo), pigliano burattini qua e là e li nominano Capi, poi trovano (senza neanche conoscere l'antropologia culturale francese) un prototipo dei milioni di maschietti gonflés ridicolizzati dal Canard enchainé, tale pauvre-mec Blanc e gli dicono: "Comanda!"
Chiunque lo veda scoppia a ridere: i giocatori della Juventus si cacano in mano, si vergognano, non hanno più non dico una bandiera ma nemmeno un torchon da cavalcare.
Ma loro - la ex-famiglia e il gonflé - non se ne accorgono, unici al mondo.
Chissà quali mosse machiavelliche sta ora preparando la mirabile coppietta di piciu Elkan-Montezemolo?!

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CHIUNQUE TU SIA, QUESTO E' IL MIO BUONGIORNO! A LOS ANGELES (USA) C'E' UNO PIU' CRETINO DI TE!

L'appassionato cretino si chiama Holger Schubert, è un "designer" ovviamente ricco, che tu puoi vedere seduto su una poltroncina accanto alla sua Maserati (o Ferrari?).
Il "garage" è il salotto di casa sua, casa che ha comprato e sistemato "per" la sua Maserati (o Ferrari), affinché tutti possano vederla. Poi ha costruito un "ponte" (oltre un milione di dollari) per entrare e uscire.
Pare che, la municipalità di L.A. (che gli ha dato tutti i permessi) sia costretta ad abbattere tutto, tanto i vicini di casa si sono incazzati. Ma questo conta poco.
Inutile dire che siete tutti invitati a trovare e segnalarmi qualcuno più cretino di Holger Schubert. Grazie.

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sabato 6 febbraio 2010

60 ANNI DOPO LA LEZIONE DI EDWARD SAPIR, SIAMO SEMPRE PIU' ABILI A DISTRUGGERE LA NOSTRA CULTURA IN NOME DELL'EFFICIENZA, DEL PROGRESSO


“Seminario Edward Sapir”
(con la collaborazione di Luisa Allena)
QUINTA PUNTATA

Per riassumere la funzione che spetta all’individuo nella teoria della cultura, possiamo dire che due sono i tipi di conciliazione implicati nella ricerca della cultura genuina. L’io cerca istintivamente il potere. Nell’acquistare un senso di potere che non sia primitivo ma proporzionato al grado di sofisticazione proprio del nostro tempo, l’io è costretto a subire una limitazione e a sottostare a un processo di modellatura. L’estrema differenziazione delle funzioni, che il progresso dell’uomo ha imposto all’individuo, minaccia lo spirito; non abbiamo altra scelta che
sottometterci di buon grado a questa limitazione della nostra attività, ma non le si deve permettere di tarpare indebitamente le ali allo spirito. Questa è la prima e la più importante conciliazione – il raggiungimento di un ricco mondo di soddisfazioni spirituali entro i rigidi limiti di un’attività economica inusitatamente limitata. L’io deve mettersi in una posizione dove possa, se non abbracciare l’intera vita spirituale del suo gruppo, almeno riceverne luce sufficiente per infiammarsi e risplendere. Inoltre l’io deve conciliare le proprie lotte, le sue imperiose necessità, con la generale vita spirituale della comunità. Deve accontentarsi di ricevere il proprio sostentamento dalla coscienza spirituale di tale comunità e del suo passato, non semplicemente al fine di ottenere i mezzi per potersi sviluppare, ma al fine di potere crescere fino al punto in cui le sue capacità, grandi o piccole, giungeranno a essere connesse con una vita spirituale di diretto interesse per le altre personalità. Eppure, nonostante tutte le conciliazioni, l’io ha il diritto di sentire il proprio sviluppo come sviluppo spirituale equilibrato e integrale, le cui prime ragioni d’essere riposino soltanto in se stesso, e i cui sacrifici e le cui compensazioni devono trovare giustificazione soltanto presso di sé. La concezione dell’io come semplice strumento per il raggiungimento di fini comunitari, siano essi dello stato o di un altro organismo sociale, deve essere scartata perché a lungo andare sfocia in assurdità psicologiche e in schiavitù spirituale. Se debba esservi qualche connessione, è l’io a cui spetta farla. La libertà spirituale, quel poco che ne rimane, non è un’elemosina dispensata, ora con indifferenza, ora con riluttanza, dall’organismo sociale. Il fatto che ora stia prevalendo in tal modo l’opposta teoria riguardo al rapporto tra l’individuo e il suo gruppo, rende tanto più necessario insistere sul primato spirituale dell’anima individuale.
È degno di nota che, ogni volta si discuta di cultura, il rilievo maggiore venga dato istintivamente all’arte. Questo è valido tanto per la cultura individuale quanto per la cultura comunitaria. Solo con riserva attribuiamo il termine di “colto” a un individuo nella cui vita non trovi posto il momento estetico. Nello stesso modo, se vogliamo cogliere qualcosa dello spirito, del genio, di un’epoca del passato o di una civiltà esotica, rivolgiamo la nostra attenzione prima di tutto e principalmente all’arte. Un esame affrettato non vedrebbe in ciò altro che il rilievo dato al bello, al decorativo, implicato dalla convenzionale concezione di cultura come vita di raffinatezza modellata sulla tradizione. Un esame più acuto scarterebbe tale interpretazione. Secondo tale esame, le più alte manifestazioni della cultura, la quintessenza del genio di una civiltà, si ritrovano necessariamente nell’arte, per la ragione che l’arte è l’autentica espressione, in forma soddisfacente, dell’esperienza; non dell’esperienza come essa viene ordinata secondo la logica dalla scienza, ma come ci si presenta direttamente e intuitivamente nella vita. Siccome la cultura si basa, in essenza, sull’armonico sviluppo del senso di padronanza istintivamente cercato da ogni anima individuale, ciò può significare soltanto che l’arte, la forma di coscienza sulla quale è più diretta l’impronta dell’io e la quale è, meno di ogni altra, impedita dalla necessità esteriore, è destinata, sopra ogni altra forma di attività dello spirito umano, a riflettere la cultura. Affidare la nostra vita, le nostre intuizioni, i nostri stati d’animo passeggeri, a forme d’espressione che siano convincenti per gli altri, è la più alta soddisfazione spirituale di cui siamo a conoscenza, la più grande fusione dell’individualità e dello spirito della civiltà di cui fa parte. Se l’arte fosse mai realmente perfetta nella sua espressione, sarebbe davvero immortale. Tuttavia, persino l’arte più grande è piena delle scorie della convenzionalità e delle particolari sofisticazioni della propria epoca. Col mutamento di queste, l’immediatezza dell’espressione di ogni opera d’arte tende a farsi sempre più sentire come limitata da qualcosa di fisso e di estraneo, finché gradatamente cade nell’oblio. Finché vive, l’arte appartiene alla cultura nella misura in cui assume la frigidità della morte, diventa interessante soltanto per lo studio della civiltà. In tal modo ogni valutazione (e, sotto questo riguardo, ogni produzione) dell’arte ha due aspetti. È da rimpiangersi che l’aspetto che riguarda la civiltà sia troppo spesso confuso con quello che riguarda la cultura.

(continua con la Sesta Puntata)

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SE LA COSCA DELLA "REPUBBLICA" ARRIVA PERFINO A PRENDERE PER IL C*** L'EX PICCIOTTO DI CARLO DE BENEDETTI...



...eh allora qualcosa di grosso sta proprio accadendo. Cioè, è già accaduto.
Ma siccome i nuovi trattati di alleanza non sono stati saldati, e il grande Giro di Valzer 2010 non è stato ancora lanciato al super-dancing Mediobanca-Assicurazioni Generali... i servi dei giornali non ve ne parlano ancora.

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TALETE (apocrifo)

"Perché io parlo soltanto
quando ho un pensiero
da esprimere, e tu parli sempre
quando hai
qualcosa da espellere?"






?

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QUEST'UOMO E' GIA' FINITO. HA FATTO TUTTO DA SOLO, COME ERA SCRITTO. MA REGALA ALL'ITALIA UNA PREZIOSA (SPAVENTOSA) VERITA'


Più e meglio di ogni sondaggio, di ogni censimento: grazie a lui ora sappiamo che in Italia vivono circa 900.000 italiani aspiranti-boia. Non sono tutti, ma siamo certi che tutti quei 900.000 sono aspiranti-boia. Sono coloro che hanno votato per Antonio Di Pietro.

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IL MORTO E IL BOIA HANNO UN PROGETTO. BASTEREBBE GUARDARLI, MA ASCOLTATE CHE ALTERNATIVA PREPARANO PER GLI ITALIANI...


BERSANI: IL NOSTRO SOGNO (SE COSI' SI PUO' DIRE) E' L'ALTERNATIVA AL GOVERNO
"Il nostro sogno, se così si può dire, è costruire rapidamente una vera alternativa di governo credibile per gli italiani". Lo afferma Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, entrando al congresso nazionale dell'Idv a Roma a proposito dell'ipotesi di fusione tra Pd e Idv rilanciata ieri da Di Pietro.
DI PIETRO: IL VOTO DI PANCIA E'...DIARREA POLITICA"
"Ma se guardiamo solo al voto di pancia che dipende dal mal di pancia di quel momento, è solo un voto di... diarrea politica" ha sostenuto Di Pietro.

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Iwao no mi to iu koto - IL CORPO COME LA ROCCIA

Praticando la via dell'heiho, talvolta il corpo diviene come la roccia e diecimila cose non riuscirebbero a toccarti. Questo è il corpo come la roccia, è tradizione orale.
* Nel Terao-kaki (cronache della famiglia Terao) si riferisce: il principe chiede a Musashi com'è il corpo come la roccia e quest'ultimo chiama il suo allievo Terao Ryuma Suke, ordinandogli di colpirlo con la spada nel ventre. Ma quando l'allievo è sul punto di sferrare il colpo, Musashi lo ferma e, rivolto al principe, dice "questo è il corpo come la roccia".

Miyamoto Musashi
(Il libro dei cinque anelli, Libro del fuoco, 1640 ca.)

Il corpo come la roccia
di Stefano Picarazzi, 2002
Lo ricordo come - ultimo giorno -, l'ultimo massacrante giorno di traffico, attesa e confusione. Avevo deciso di sospendere l'assicurazione della macchina per il periodo estivo e sistemarla nel garage della casa di mia madre. Al suo posto avrei recuperato la vecchia moto che solo l'anno precedente avevo dato per spacciata. Il paziente lavoro di mio padre le aveva ridato almeno altre duecento miglia di vita e io non potevo che esserne entusiasta.
Attraversavo la città, il mio obiettivo era di raggiungere il garage dopo l'autostrada, oltre la collina. Fermo al semaforo dell'ora di punta, il traffico intasato e nervoso improvvisava un ritmo sincopato che lasciava spazio solo ai più svelti e feroci, ai temerari. Il sole batteva sulla carrozzeria e l'asfalto sprigionava rapprese fragranze urbane. Avevo il braccio per metà fuori dal finestrino dell'abitacolo e ascoltavo musica da un paio di cuffie, non ricordo esattamente cosa, forse una sonata di Bach o qualcosa di giovanile dei Flaming Lips, non ha importanza ora. La mia era la terza macchina in coda, sostavo vicino a una pensilina dell'autobus, era rialzata e la corsia preferenziale era delimitata da un lucido cordone di plastica rasente la pavimentazione stradale, come fosse una moderna scultura in vetroresina e vedevo sulla destra la sterile e luminosa facciata, tipicità gotico-lombarda, della chiesa di Santa Maria del Suffragio. Quindi il marciapiede, piccole aiuole recintate, fazzoletti di verde sgargiante e fusti di alberi massicci, macchine in divieto di sosta e persone a passeggio rapite dalle promesse delle vetrine.
Dallo specchietto retrovisore notai Nicola. Si faceva strada tra la fiancata della mia auto e la fermata del trasporto pubblico con la sua moto, ondeggiando con calma, dando un leggero colpo di gas in prima e riposando subito in folle il motore e l'andatura, correggendo il tiro sfiorando l'asfalto con la punta del piede. Raggiunse presto la mia auto. Fece per superarmi con un'abile e improvvisa sterzata ma causando un forte rumore accidentale e plastico, un suono squarciato, proveniente dal cofano della mia auto e destinato all'aria calda e tossica di quel giorno di traffico. Guardando fuori dal finestrino, vedevo solo i volti delle persone che avevano assistito all'incidente davanti a un cielo sempre più terso e abbagliante. Sorpresa, rabbia, spavento, costernazione... Quanto erano eccitati quei voyeur?
Sceso dall'auto ho tolto gli auricolari nello stesso istante in cui, posando i piedi sull'asfalto, sono stato inondato in pieno volto dai roventi raggi del sole. I sensi ho lasciato in balia del dove e quando, come un flusso anticipavo, aspettavo privo di ansie e desiderio il confronto. Il danno non era grave. Il motociclista era sereno. Io anche. Dopo esserci scambiati i numeri di telefono ci salutiamo, promettendoci di rimanere in contatto. Mi interessava rientrare nell'abitacolo, tornare alla mia musica, dopo l'autostrada, oltre la collina. Dovevo anche andare a lavorare. Era il caso di sbrigarsi.
Nei giorni seguenti ho sentito Nicola per telefono. Insieme abbiamo deciso di non ricorrere alla burocrazia e di risolverla con una somma forfettaria.
Questo pomeriggio ci incontreremo per il saldo e un caffè, proprio sul luogo dell'incidente.
(S.P., 10 Luglio 2002)

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"RAIN MAN", CIOE' BARRY LEVINSON, DUSTIN HOFFMAN, TOM CRUISE, VALERIA GOLINO, CIOE' L'AUTISMO, CIOE' IL RACCONTO...

...una storia, un'idea, una grazia, un'ispirazione, un cinema, un'inquadratura, un tutto che gli ultimi trent'anni del cosiddetto "cinema italiano" non sono stati capaci nemmeno di avvicinare.

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venerdì 5 febbraio 2010

Girolamo Melis - "COSI' SI NASCE, COSI' SI MUORE"

"L'adulto, che pure è stato un neo-nato, è tremendo."

Capitolo 2
L’adulto – che pure è stato un neo-nato – è tremendo.
Madre o padre, nonno o nonna, e anche fratello e sorella più grandi, hanno un marchio comune, più o meno scolpito nella paura: il Possesso.
È un marchio attivo, sempre in agguato: e appena si trova al cospetto del neo-nato, l’adulto cerca in lui la traccia, le stimmate del suo possedimento.
Gli adulti non vogliono sorprese: cercano la somiglianza. La caccia alla propria identificazione è immediata. Qualcuno le dà un tono scherzoso, altri la colorano di ansia, di terrore, di angoscia.
Mi somiglia? Non mi somiglia? A chi somiglia? Somiglia a te? Somiglia al tale? Ma, a chi somiglia? A chi?!
Nessuno vede il neo-nato. E poiché tutta la ricerca è centrata e concentrata sui tratti riconoscibili come “propri” e comunque come “famigliari”, nessuno vedrà mai quella nuova creatura: né chi avrebbe mai potuto “essere” se non avesse “dovuto” essere qualcun altro, chiunque altro degli adulti di famiglia.
Ma il neo-nato può entrare nel mondo con un “marchio” ancora più tremendo di quello – comune e alienante – della appartenenza alla famiglia: il marchio della Devozione.
Sicché non solo il suo destino sarà di “somigliare” a qualcuno, un po’ all’uno un po’ all’altro (dagli occhi in su “a te”, dal naso in giù “a me”, il carattere invece è “quello di…”): il marchio della Devozione fa sì che il neo-nato, interpretato dalla psicosi di uno dei due genitori – di uno dei due nonni – e proiettato nell’idolatria dell’altro genitore o dell’altro nonno o nonna, fin dal suo primo istante…sia tutto tu! Tutto lei! Tutto lui! (“Guardalo! È tutto papà…”)
Sei tu. Il bambino non esiste. La sua nascita è la perpetuazione della esistenza d’un’altra persona. E siccome questa “altra persona” è evidentemente istituita nel Mito, il bambino neo-nato non solo non è una persona, ma non è nemmeno identificabile come perfettamente somigliante ad un'altra persona: egli è il Mito di un’altra figura mitica. Doppiamente alienato.
L’altra figura mitica – un genitore morto, un nonno morto, ma anche un genitore “ossessivamente amato”, fuggito e perduto dal corpo famigliare e rimasto come icona dell’abbandono – costituirà il bambino in tutto il suo essere-nel-mondo. Di più e di più terrificante: in tutto il suo Essere.

Capitolo 3.
Il bambino entra nel mondo del tempo e della storia portando il Linguaggio d’un mondo integro, ordinato, aperto.
Ma questo mondo che lo accoglie è ristretto, regolato, avvizzito.
Il Linguaggio del bambino è il Linguaggio del ventre della madre, dunque della Terra, dell’universo naturale. Nel suo contatto con il Mondo della cultura, attraverso i suoi polmoni e la sua bocca, quel Linguaggio ha la potenza di un’esplosione, come un vulcano; e anche di un concepimento, come uno spermatozoo.
È del tutto naturale che il bambino, concepito, al suo entrare nel chiuso del mondo del tempo e della storia, porti tutta l’energia del concepire. L’ha in sé ed è suo destino che la voglia rivolgere al nuovo ventre che gli si spalanca davanti, al mondo che lo aspetta.
E parla, grida, prorompe, inonda.
Ma il mondo del tempo e della storia è popolato da adulti.
Il mondo che lo accoglie non “vuole” essere concepito. Non “vuole”, non “può”. Non può più “tornare” all’infanzia del mondo. È terrorizzato dall’infanzia, dal Linguaggio dell’Essere, dalla voce della nascita.
Gli adulti temono di venire sorpresi perché hanno dimenticato la naturalità dell’Ignoto, l’hanno scordata nel trauma della loro venuta al mondo.
E allora, dopo aver chiuso gli occhi, chiudono gli orecchi.
E ascoltano soltanto Parole: le Parole che il bambino non dice. Ma che loro gli attribuiscono, come una contromarca.
Gli adulti “sentono” che il bambino neo-nato “dice”:
uè-uè… oppure ghè-ghè… oppure n’ghè-n’ghè…
Cioè sentono che il neo-nato – venuto nel chiuso mondo del tempo e della storia dallo sconfinato mondo dell’origine del Linguaggio naturale – dice qualcosa che viene prontamente interpretato come parole della loro Lingua, come “determinato” da fonemi famigliari in Lingua Italiana, Inglese, Indi, Giapponese, Francese, Tedesca, Ispanica… e perfino dal residuo dialetto della loro regione.
Insomma, salutano la venuta al mondo di un messaggero dell’integrità naturale come se già fosse posseduto dalle stimmate della loro angusta cultura, della loro anagrafica storia.
Ma nessun bambino neo-nato – prorompendo dal ventre della madre nell’estatico e furioso “venire-al-mondo” – nessun bambino entra nel mondo dicendo uè-uè. Nessun bambino dice, ha mai detto ghè-ghè.
Cosa dice il neo-nato? Noi non lo sappiamo. Io non lo so. Perché noi non l’abbiamo mai voluto sapere. Non l’abbiamo mai ascoltato.
Terrorizzati di scoprire un Altro Mondo, annichiliti dalla vertigine della Verità, non siamo stati mai curiosi di sapere chi è, il neo-nato che abbiamo ricevuto dall’Ordine Naturale e che stiamo trat-tenendo tra le nostre braccia per paura che non sia nostro, che non lo capiamo, che scappi, che ci lasci. (.......)
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da Così si nasce, così si muore, di Girolamo Melis - Ediz. Quaderni di Smylife

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PINOCCHIO MONTEZÈMOLO – INVECE DI NASCONDERSI NELLA “TANA DI’ LADER “ – ALZA LA VOCE A NOME DELLA FIAT QUAQQUARAQQUÀ…


…e Doppioméntolo col pullover dà gli ordini al Governo Italiano.

No, stavolta le pernacchie non bastano. Stavolta c’è un Governo sostenuto dagli Italiani.
1. Esilio a tutta la famiglia agnelli e capre varie.
2. Requisizione dei Beni di famiglia, che appartengono per almeno la metà all’Italia.
3. Nazionalizzazione della Fiat.
4. Immediata cessazione da parte di tutti gli Italiani di leccare il culo alla Ferrari.
5. …e disinquinamento della Penisola, dei corpi, delle anime e della Imprenditorialità Italiana dalla peste bubbonica che ha devastato l’Italia per 60 anni.
6. Benedizione di Torino e dintorni.

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