venerdì 12 marzo 2010

SIMONE FEDER: "CHE FARE?"


Rifletto in questi giorni di marasma politico fatto di ricorsi e rincorse, di promesse e di rattoppi, di programmi e cartelloni. Molti parlano, discutono e, purtroppo, cercano consensi facendo leva sui drammi che giorno dopo giorno colpiscono persone e intere famiglie, che catturano l’attenzione della cronaca e di conseguenza dei riflettori e delle pagine dei giornali.
Questi discorsi la maggior parte delle volte si limitano però a inveire contro le politiche sociali passate presenti e future, cosa che è sempre più inversamente proporzionale al fare, al prendere in mano le situazioni e agire concretamente. In ogni convegno, dibattito o tavola rotonda si incontrano questi professionisti del sapere sempre in prima linea con i soliti discorsi e sempre meno credibilità agli occhi di chi li ascolta cercando e sperando in nuove prospettive.
Questo vorrei quindi chiedervi una volta per tutte: che fare?
Che fare con un signore pensionato che mi chiede di aiutarlo a smettere di giocare a quelle famigerate macchinette?
Che fare con quel ragazzo che non riesce a smettere di collegarsi alla rete per comunicare con qualcuno, impazzendo se non si sente in contatto?
Che fare per aiutare tutti quei giovani che cercano il loro pseudobenessere nell’accanimento violento verso quel povero che vive in strada?
Che fare davanti a tanti che continuano a parlare di come affrontare il problema e mai li vedi realmente a contatto con le persone che soffrono? Che fare?
Lontani dalla gente, convinti professionisti che in ogni occasione si permettono di dire la loro e di alzare la voce, consapevoli del fatto che in fondo il loro stipendio è assicurato ed ogni parola detta è, in bene o in male, fonte di sicura notorietà.
Non è arrivato forse il momento invece di fare silenzio e lavorare? ‘Sporcarsi le mani’ incontrando la gente è l’unica cosa che ci può aiutare una volta per tutte a capire!
Sento alcuni addetti ai lavori del settore che ritengono che 'Diminuire l'intervento pubblico a favore di un privato incerto può essere molto pericoloso’. La mia coscienza non può quindi non interrogarsi: stiamo forse sbagliando? ….
Personalmente credo che sarò pronto ad accettare l’idea che le realtà comunitarie non servono e vanno chiuse solo nel momento in cui questo nostro/vostro sistema saprà dare risposte adeguate e flessibili alle persone che le chiedono. E non posso fare a meno di domandarmi da chi dipenda tutto questo.
Alla radice di tutto, il problema è culturale, la nostra cultura dell’assistenza deve essere intesa in modo diverso. Basti solo pensare che difficilmente riescono a trovare tempo per loro, persone come don Chino Pezzoli o come fù don Enzo Boschetti o altre persone pionieri in campo educativo. Va forse a riposo il disagio di quel giovane il sabato e la domenica? Molti non sono abituati, ma chi sta in frontiera, chi ha scelto di sporcarsi le mani, per lui tutto questo è normale, è dovuto. Andate poi a vedere lo stipendio che percepiscono, andate a vedere il loro stile di vita. Spesso molti di loro rimandano le loro visite sanitarie, i loro affetti, le loro esigenze per il “lavoro”, perché il servizio non lo vogliono lasciare, perché sul campo ci vogliono essere e ci vogliono stare.
Ascoltano famiglie, giovani, vecchi, ragazzini a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi giorno, quasi sempre senza compenso…
Quando mi rivolgo ai giovani dico loro: “Sarete voi gli uomini che domani porteranno avanti i servizi alla persona. Preparatevi!”. Il loro sguardo attonito spesso si illumina, pensano e sognano. Sognano un mondo davvero importante per loro, un mondo che sia a loro vicino, che possa realmente comprenderli. E allora scopri che in loro c’è la voglia di cambiare qualcosa: ti aiutano a portare avanti questa cultura, dedicano del tempo a fare qualcosa di concreto, si inventano iniziative originali, perseverano nel tempo sui loro piccoli e grandi obiettivi.
Per questo forse è il caso di andare nelle scuole, parlare con i giovani e cercare con loro di portare avanti dei progetti reali. Senza chiedere cose, senza imporre le nostre verità ma offrendo la nostra disponibilità loro ci seguiranno. Saranno i giovani che salveranno i giovani, ma vi prego lasciamoglielo fare…

Simone Feder

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COORDINAMENTO
CENTRO EDUCATIVO DON ENZO BOSCHETTI
Via Lomonaco 43 - 27100 Pavia - Tel. 0382.3814485 Fax 0382.3814487 - area.adulti@cdg.it - simone.feder@cdg.it
CASA MADRE - Via Folla di Sotto, 19 - 27100 Pavia Tel. 0382.3814590 - c.madre@cdg.it
CASCINA GIOVANE - Samperone di Certosa 27012 Certosa di Pavia - Tel. 0382.925729 - csamperone@cdg.it
CASA ACCOGLIENZA - Comunità terapeutico-riabilitativa Via Lomonaco, 22 - 27100 Pavia - Tel. 0382.3814430
CASA BOSELLI - Modulo specialistico per alcool e polidipendenze Via Lomonaco, 43 - 27100 Pavia - Tel. 0382.3814597
CENTRO DIURNO BASSA SOGLIA “IN&OUT”
Via Lomonaco, 43 27100 Pavia Tel. 0382.3814596 - in.e.out@hotmail.it
CASA NUOVA
Via Lomonaco, 43 - 27100 Pavia Tel. 0382.3814464 - cnuova@cdg.it
COMUNITÀ COLLEGATE:
CASA SPERANZA - MADONNA DEI GIOVANI
Via del Bottegone, 9 - 13900 Biella Chiavazza (BI) Tel. 015.2439245 - Fax 015.2520086 - csperanza@cdg.it
COMUNITÀ “CRESCERE INSIEME” - Via Mortara, 8 - 27100 Pavia Tel. 0382.575921 - Fax 0382.466617 villaticinum.cdg@tiscali.it

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LA..."SUPREMA CORTE" LA PENSA COME CALDEROLI & SALVINI: SE I GENITORI SONO CLANDESTINI, CHISSENEFREGA DEI FIGLI!


...e tu che ne pensi, Silvio?
Io lo so che questi mostri fanno orrore anche a te.
E allora gridalo!

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COME HA FATTO GIANNI CHIODI A TRADIRE COSI’ IL PATTO DI “CASA ABRUZZO”!?


Cari Amici Abruzzesi, chiedo scusa se mi metto in mostra, ma lo scandalo mi riguarda, perché io ho lavorato in prima linea per portare Gianni Chiodi al successo personale del 2008.

Oggi ho ricevuto il testo integrale che Carlo Costantini, clone dell’ innomimabile Boia Molisano, ha pubblicato sul suo Blog. Il testo è una sfida a Gianni Chiodi. Una sfida motivata e giusta. Mi capite?
Lo capite che i comportamenti del mancato “Governatore di Casa Abruzzo” mi costringono ad approvare le dichiarazioni di censura che provengono da quel covo di mostri dell'IDV?
Non ci sono parole per esprimere il mio disprezzo. Ecco cosa scrive Costantini sul suo blog:

"CHIODI VADA IMMEDIATAMENTE IN PROCURA E DENUNCI CHI TENTA DI CONDIZIONARLO.
Il Governatore di una Regione martoriata dagli scandali non puo’ permettersi di dire che gruppi di potere avrebbero iniziato ad esercitare pressioni per condizionare le sue scelte, senza fare contestualmente anche i nomi ed i cognomi.
Oggi il Presidente Chiodi ha dichiarato alle agenzie di stampa: "Le lobby che hanno interesse nella sanità non riusciranno a condizionare le scelte della Regione".
E poi ha aggiunto: "Non avevo alcun dubbio che, prima o poi gruppi di pressione che hanno, o provano ad avere, interessi economici nella sanita', avrebbero iniziato ad agire per condizionare le scelte".
Forse Chiodi, nel rilasciare queste dichiarazioni, ha dimenticato di essere il Presidente della Regione. 
Di una Regione martoriata dagli scandali che hanno prodotto e continuano a produrre conseguenze gravissime sul diritto dei cittadini ad un'assistenza sanitaria efficace e sui lavoratori, in particolare del Gruppo Angelini, che sono senza stipendio ormai da troppi mesi.
Il Governatore di una Regione che versa in queste condizioni non puo’ permettersi di dire che gruppi di potere avrebbero iniziato ad esercitare pressioni per condizionare le sue scelte, senza fare contestualmente anche i nomi ed i cognomi.
Chiodi non poteva dirlo prima e non puo’ dirlo a maggior ragione oggi, dopo l’ennesimo caso torbido e melmoso che ha visto, a fronte delle critiche ed delle richieste di dimissioni rivolte da esponenti politici di entrambi gli schieramenti al sub commissario alla sanita’ Baraldi, dimettersi inspiegabilmente l’altro sub commissario Rossini.
Evidentemente Chiodi sa, ma non dice.
Ma se non dice e, soprattutto, se non denuncia alla Magistratura chi lo condiziona e gli impedisce di realizzare i suoi programmi (?!), allora vuol dire che e’ complice ed e’ perfettamente integrato ad un sistema che solo apparentemente dichiara di subire."
*****
No comment.

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giovedì 11 marzo 2010

NINO BENVENUTI E EMILE GRIFFITH

"Io mi prendo cura di Te"
Emile Griffith sul lastrico.
Nino Benvenuti: "Lo aiuterò".

di Paolo Salvatore Orrù
“Un grande campione, veloce sulle gambe, guardingo, riflessi felini, un combattente vero: con lui mi è andata bene due volte su tre”. Nino Benvenuti ricorda così Emile Griffith, il suo antico avversario. Un campione che adesso combatte con pochissime risorse economiche contro il terribile morbo di Alzheimer, una demenza degenerativa invalidante che annienta per sempre le cellule cerebrali. “Ad informarmi delle sue condizioni precarie fisiche ed economiche è stato Luis, il figlio adottivo di Emile, quando, qualche settimana fa, mi ha chiesto di poter venire in Italia per presentare un libro che racconta la storia pugililistica di suo padre”, dice l'ex pugile italiano nato a Isola d'Istria.
Alla fine dei conti, quando il tempo ha fatto il suo corso e giunge il tempo dei ricordi, l’unica cosa che davvero resta sono la famiglia e gli amici. “Confido nella grande bontà d’animo dei tifosi italiani. In questi giorni Emile verrà in Italia. Una volta constatato le sue condizioni fisiche, decideremo il da farsi”, spiega l’ex campione del mondo dei superwelters e dei medi. A volte queste amicizie nascono là dove nessuno se lo aspetta, su un ring per esempio. E’ questo il sentimento che accomuna Benvenuti e Griffith, pugili che nella loro pericolosa gioventù al Madison Square garden di New York - titolo mondiale dei pesi medi in palio - se la sono date di santa ragione e senza esclusione di colpi per ben tre volte. I tempi cambiano, le rughe arano la pelle, gli sguardi diventano meno intolleranti e il cipiglio con cui si prendeva a pugni la vita lascia spazio all’indulgenza e all’umana comprensione. "Purtroppo non tutti i campioni, capita specialmente nel pugilato, riescono a mettere da parte le borse che hanno conquistato combattendo sul ring. Emile però non buttato via i soldi, semplicemente li ha donati ai suoi parenti”, spiega l’ex olimpionico. Da qualche tempo allo statunitense la fortuna ha voltato le spalle: non è la prima volta che negli Stati Uniti i bianchi volgono le spalle agli uomini colore, soprattutto se ex campioni. Lo sa Benvenuti, da quando in quel lontano 1967 sfidò per la prima volta il fighter più amato nelle bidonville americane: gli organizzatori avallarono la sfida fra Griffith e l’istriano con l’obiettivo di avere un campione del mondo, altro biondo e con gli occhi azzurri. Così stanno le cose. “In Italia siamo diversi, la mia iniziativa ha destato molto clamore, sono certo che Griffith tornerà in America con un gruzzolo importante”, conclude Benvenuti.La International Boxing Hall of Fame ha annoverato Griffith fra i più grandi pugili di ogni tempo. Campione mondiale nelle categorie dei pesi welter e dei medi, è stato il primo pugile originario delle Isole Vergini a conquistare la corona di campione del mondo professionisti. In una carriera professionistica durata quasi vent'anni, dal 1958 al 1977, ha disputato complessivamente 24 match validi per i titoli mondiali delle tre categorie di cui è stato campione.

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"BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE", di Alessandro D'Avenia

Scrive Marco Porta:
Diceva Mafalda, la bambina terribile dei fumetti di Quino, che nel mondo abbondano i problemologi e scarseggiano i soluzionologi. Di questi ultimi hanno bisogno soprattutto genitori ed educatori, per aiutare i giovani a non smarrirsi nella valle oscura della disperata “solitudine dei numeri primi” descritta un paio d’anni fa da Paolo Giordano. Forse Alessandro D’Avenia non aveva intenzione di contrapporsi con il proprio esordio narrativo al best-seller di Giordano, ma basta confrontare le copertine dei due romanzi per rendersi conto che la scelta editoriale di Mondadori va in questa direzione. Il romanzo di D’Avenia può irritare i problemologi, tendenzialmente giordaniani, e confortare i soluzionologi, soprattutto quelli impegnati sul fronte dell’emergenza educativa, ai quali D’Avenia ama ricordare le parole di George Steiner: «Se esiste una malattia cronica, che dovrebbe colpire ogni insegnante, è proprio la speranza».
Ben venga in ogni caso un pacato e stimolante confronto tra i due autori e le loro opere prime, tra i colori vivaci della narrativa di D’Avenia e le tinte fosche con cui lo “spietato” Giordano dipinge il mondo, con la famiglia in perenne corto-circuito comunicativo, la scuola competitiva e bullistica, il matrimonio ridotto a farsa e il sesso a mera pulsione animale che nessuno riesce a trasformare in linguaggio di amore (e chi più ne ha più ne metta). Nemmeno nel romanzo di D’Avenia il mondo è una casetta di marzapane e cioccolato. Leo è un ragazzo di terza liceo alle prese con le piccole e grandi sfide esistenziali: gli studi scolastici, l’amicizia, l’amore umano, la malattia, persino la morte, all’interno dei classici conflitti relazionali tra genitori e figli, tra insegnanti e alunni. Leo si trova in quella fase dell’adolescenza in cui la vita comincia a interpellare la libertà con interrogativi e scelte fondamentali, davanti alle quali si può arretrare, magari per rifugiarsi in un superficiale edonismo, o al contrario assumere le proprie responsabilità e imparare ad affrontare gli ostacoli.
A questo punto l’educatore gioca un ruolo determinante, ma estremamente delicato, perché l’adolescente rifiuta l’autorità, vuol fare di testa sua, non tollera intromissioni nella propria intimità. Come possono, genitori e insegnanti, aprire l’ostrica/cuore dell’adolescente per instaurare un efficace dialogo educativo? Qualcuno vorrebbe forse cercare ispirazione nei metodi supercalifragilistichespiralidosi della tata Mary Poppins o nelle arti magiche di Albus Silente e Minerva McGranitt. D’Avenia, che già da qualche anno
lavora con tenacia sulla cattedra di un liceo milanese, ci assicura che we can anche senza frequentare i corsi di Trasfigurazione e di Incantesimi di Hogwarts.
Ad aprire l’ostrica/cuore di Leo ci riesce infatti il prof. Sognatore, un supplente di filosofia che non si scandalizza per le parolacce, gli sfoghi e le provocazioni di Leo e che sa fargli scoprire che c’è abbastanza magia nella letteratura, nella filosofia, nella musica, nell’arte, nella matematica e persino nella geografia per imparare a trasformare i sogni in realtà. Grazie all’aiuto del Prof. Sognatore (ma anche a quello di due bravi genitori) Leo impara che i sogni si realizzano solo se non si scappa davanti alle prove della vita ma le si affronta con coraggio.
Sul campo di calcetto e nelle corse in motorino Leo si batte come un leone, ma prove ben più ardue lo attendono. Beatrice, la ragazza dai capelli rossi di cui si è innamorato, si ammala di leucemia. Accanto a lei il giovane leone impara che l’amore s’intreccia con il dolore e che è rosso come il sangue che dona alla ragazza ammalata. Poi un po’ alla volta Leo si accorge dell’amore di Silvia, la Fata turchina che con affetto e fortezza lo tira fuori da tanti guai, che è capace di dargli dello stupido con il tono giusto, ma è sempre pronta ad aiutarlo e a comprenderlo. Anche Silvia deve purificare il suo cuore dagli inganni dell’amore possessivo. Alla fine i due giovani imparano che l’amore è soprattutto dono di sé, un dono che giunge a maturazione nel reciproco perdono. Al termine della lettura si desidera sinceramente ringraziare il Prof. Sognatore/D’Avenia per le sue simpatiche e intelligenti lezioni, e augurargli che la sua fatica letteraria si scuota presto di dosso le critiche frettolose provocate da una poco azzeccata campagna di marketing.


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MENO UNO. AL GIOCO DI FACEBOOK HO RIUNITO 499 "AMICI". DUNQUE QUESTO E' IL MOMENTO DI GIOCARE...









Sto pensando a questo gioco degli incontri cercati e accolti, sfidati e sfiorati.
E sto pensando che finalmente nessuno potrà più dire in giro che "il mezzo è il messaggio". Il mezzo, qui in FB, è neutrale come un filo elettrico o come un catetere: la Parola costituisce il Discorso e, aprendosi all'accoglienza, accoglie.
Niente di meno "virtuale". E niente di meno "reale".
Finalmente! Possiamo coltivare l'Illusione.
Girolamo

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mercoledì 10 marzo 2010

CHI È PIÙ SPREGEVOLE: MASSIMO MORATTI O JOSÈ MOURINHO?


È più spregevole un uomo al quale è stato affidato un giovane per educarlo e proteggerlo e, invece, non perde occasione per sputtanarlo pubblicamente; o l’uomo che gli ha affidato quel giovane e gli permette di umiliarlo e di andarne tronfio, e lo paga oltre 10 milioni di Euro l’anno?
O forse è più spregevole il branco di “giornalisti sportivi” che non denuncia una così grave offesa alla dignità umana, per paura di perdere qualche spicciolo dalle mani di uno dei due contendenti al ruolo di “Uomo più spregevole”?

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martedì 9 marzo 2010

A MARIO RAÌTO CHE MI CHIEDE: “…PERCHÉ IL TUO BLOG NON DÈDICA PAROLE, PENSIERI, SOLIDARIETÀ AI DISOCCUPATI, AI CASSINTEGRATI…?!”


Rispondo con umiltà e con durezza: “Perché cerco di non essere un buffone”.

Perché non mi hai mai visto (se guardavi) far parte del coro di perditempo impotenti e bugiardi. Perché non hai mai letto, nei milioni di parole da me gettate al vento nei libri, nei giornali, nei blog e nei siti, nei Seminari, una sola mia parola in soccorso della “politica” di questo Paese, di queste misere Classi Dirigenti, e men che meno a far da eco ai vergognosi ipocriti che si “ispirano” a dottrine sociali e in nome di tali “dottrine” perseguono l’utile personale o di casta… primi tra tutti gli irresponsabili Sindacalisti e quei topi divoratori dei Dirigenti dei cosiddetti Partiti della”Sinistra”.
Esprimere “Solidarietà”?!
C’è da Fare, c’è da Educare, c’è da Formare un’altra Classe Dirigente, una Vera, c’è da smontare la Scuola e riscriverla secondo la strategia delle grandi università Americane; degli Stati Generali dell’Insegnamento promossi in Francia alcuni anni fa; secondo la Lezione sul Campo di movimenti quali quello dei “kibbuzim”; e anche – almeno per cominciare – secondo le due proposte da me presentate al Governatore della Regione Abruzzo e ai responsabili del XX Municipio della Città di Roma… e respinti a “pernacchie”, cioè con indifferenza.
O c’è da mettere in atto – magari in piccolo, magari a partire da Nocera dove vivi tu, magari usando degli avamposti in varie città italiane – un adattamento del grande modello di Muhammad Yunus ad una società occidentale.
C’è da lavorare. Io cerco di lavorare da molti anni per fondare – non dico una città – ma almeno una Tenda nel deserto.
Non sono solo, siamo quasi tanti, se non ci riuscirò io, ci riusciranno i giovani che ci credono (e loro sì che sono tanti). Ma una cosa è certa: i giovani e i giovanissimi dovranno sapere che il loro Nemico sono gli Adulti: i genitori, gli insegnanti, i politici, i vili devastatori d’anima e di speranza che da almeno quattro generazioni hanno prostrato il nostro ex-Popolo.
Il resto, tutto il resto, è chiacchiera, è inganno. Inclusa, e forse in cima a tutto, la “solidaretà che non costa niente” a chi la porge, e va solo a scaricare le loro coscienze di mosche cocchiere.
Ecco: questo è il mio lavoro. La mia responsabilità di pensante. Il mio piacere di vivere sulla via ardua della Verità.

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lunedì 8 marzo 2010

IL PERICOLOSO "RODY MIRRI" E' APPARSO A "STRISCIA LA NOTIZIA"


...e una gentile Amica - Sonia Bonvini - mi esorta ad adoperarmi, insomma a dare una mano per neutralizzare il pericoloso personaggio.
Decido di risponderle così, affinché anche altre Persone possano condividere l'apprensione e...l'impossibilità di trovare soluzioni:

Oh Sonia!
Dici che a "striscia la notizia" c'è un tale pericoloso che va tolto dalla circolazione prima possibile. Ho visto, e mi pare di capire che sia un tale Rody Mirri.
Non so come commentare il tuo accorato appello.
***Il modo più rassicurante (sic) è pensare che, dal momento che la "scena" è apparsa in quel programma, la partita è già passata nelle mani della Polizia. Domani, pare che faranno ancora un po' di audience con la "seconda puntata", ma presto ci diranno che per qualche ora il Tipo soggiornerà a San Vittore. Poi arriverà la Procura e lo rimetterà in libertà.
***Il modo meno rassicurante è questo: è bene che tu sappia che, a Napoli e dintorni, di tipi così ce n'è circa Un Milione: chi più piccolo chi più grosso, chi da solo chi con la famiglia e i piccirilli. Ma tutti, in Italia e in Campania sono tranquilli perché si dice sempre la parola "Camorra" e non "antropologia culturale".
Cara Sonia e cara Bonvini.
Io cercherei di mettere in moto il cervello, quando qualcuno propone a qualcun altro la vendita della Fontana di Trevi...
Un abbraccio.
Girolamo

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SONO ARRIVATI NUOVI FONDI... E CHE FA LA "CLASSE DIRIGENTE ABRUZZESE"? NON VE LO IMMAGINERETE MAI...


Lettera agli Abruzzesi.
Con altri 354 milioni di Euro per l'Agricoltura, sai quante belle Famigliuole di Roditori teramani, pescaresi e bancaroli si possono placare...
E allora? Che si fa? Pronti: aprono subito un Tavolo di Concertazione!!!
Oh Madonna Santissima, ragazzi, amici miei, voi sapete tutto, vero? Sapete come andrà a finire? Lo capite che i Partiti non c'entrano lì, intorno alle Tavole Imbandite alle quali sono ammessi parenti e conniventi!?
Insomma: che ci posso fare se Google Alerts m'informa sempre su tutto in tempo reale? E se alcuni Amici (senza virgolette) mi chiariscono quel che Google non dice?
Mastico veleno e mi trattengo dalla sana voglia di far tacere il pensiero e menare le mani...
Però voi, Amici Abruzzesi, non permetteteglielo, e soprattutto non parteggiate per questo o quel Partito, né - soprattutto - per i macellai moralisti pagati.
Incominciate a parteggiare per Voi e per il vostro Futuro.
Con affetto.

Girolamo Melis

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A SILVIO BERLUSCONI. "SMETTILA DI CHIAMARLI COMUNISTI. COSI' DICENDO GLI FAI UN ONORE..."

Smettila, Silvio,
e impara
a guardarli in faccia.
Non li vedi?
Non li senti?
Sono una banda
di sadici Stalinisti.
Non hanno un ideale,
non hanno senso
di popolo
né di casa comune.
Sono nati con il Gulag
dentro il cuore.
E si sono trovati, tra
Ubriachi Emiliani,
ghigliottinatori molisani,
sputtanatori della
Provincia Granda
e MicroSegaioli col motto:
"Armiamoci e partite!"
Detto questo, Silvio,
tu però impegnati
a parlare meno
e a dire meno cazzate.

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8 MARZO. IO MI PRENDO CURA DI TE.


1. Io, proprio Io. Incomincio Io. Non dico a Te di fare. Lo faccio Io, e non perché è mio dovere o mio principio morale. Lo faccio Io perché questa è la Bellezza della mia vita.
2. Perché io sono il povero, il debole, l’emarginato.
3. E se non prendessi cura di Te e di Me, come potrei prendermi cura degli Altri, della Società, delle Opere, dello Studio, del Lavoro, dei Deboli, se non per “calcolo”, per finta o per convenienza?
4. Io mi prendo cura di te perché conosco il Mondo in cui non ci si prende cura di Sé né di Te né di Noi né di Alcuno. E perché so quello che vuol dire Jean Vanier quando dice: “E’ più facile dare dei soldi a un Povero che avvicinarsi a lui”.
5. Io mi prendo cura di te perché voglio vivere con Te e con gli Altri in un Mondo in cui il prendersi cura non è una Legge né un Programma Elettorale, ma il modo più ovvio e più bello di vivere.
6. E perché voglio affidare il Governo della Società a Persone che non ingannino i Poveri e i Marginali con le ipocrite e vuote promesse di “Integrazione”, ma li accolgano come Uguali nell’Ospitalità.
7. E perché voglio che i più Deboli, e soprattutto i loro Figli, abbiano accesso libero e facile al patrimonio del Sapere, alla qualità della Conoscenza.
8. Ma a chi “confidare e affidare” la Bandiera dell’ Io mi prendo cura di te? se non a chi, dal giorno della nascita e ogni giorno e in ogni luogo e in ogni situazione, si prende cura di Te, anche quando resta da sola a farlo, sì, proprio come quando c’è un andicap nella sua Famiglia?
9. La Donna. Le Donne. E i loro alleati più autentici: i Giovani, i quali, prendendosi cura di sé, si prendono così cura del Mondo.
10. Ecco perché, nel nome di Io mi prendo cura di te, nasce il Manifesto della più grande rivoluzione affettiva e culturale del nostro tempo.
11. Il Manifesto che « mi » ricorda sempre che « Io » sei Tu, il Debole, il Povero, l’Emarginato che accolgo e che mi accoglie.
12. Il Manifesto che affida la cura e la guarigione del Mondo, martoriato da millenni di violenza maschile, alle Donne, affinché lo trasformino governandolo a loro misura.

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BUONGIORNO, di Oswald Spengler


"Mantenere il proprio posto, come quel soldato romano le cui ossa furono trovate davanti a una porta di Pompei, e che morì, poiché al momento dell'eruzione del Vesuvio ci si dimenticò di scioglierlo dalla sua consegna. Questa è grandezza, questo significa avere razza. Una fine onorevole è l'unica cosa che all'uomo non può essere tolta."

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domenica 7 marzo 2010

IL SOGNO DEL GRANDE POLITICO FLESSIBILE PIER FERDINANDO CASINI


E' successo stanotte. Non volendo più sentire quella vocetta da democristiano fallito, il suo Padrone ha deciso di apparirgli in sogno. E' stato di poche parole, e gli ha detto:

1. L'Acquedotto della Puglia me l'hai fatto perdere.
2. Mi hai impedito di comprare Di Pietro.
3. Mi fai rischiare il veto di Silvio sulle Generali & Co.
4. E ora ti metti con i...viola!?
Sta' attento, Cosino! Se mi porti in casa quegli jettatori, ti sego la paghetta! Chiaro? Chiaro.
Il povero Pierfurby non ha potuto rispondere. Però ha preso i numeri e martedì li metterà sul SuperEnalotto. Però li fara giocare alla moglie: i quattrini li tiene lei.

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LA LEGGE PORTA IN SE' L'INFAMIA DEL LINGUAGGIO E DEL TEMPO DEGLI UOMINI CHE LA SCRIVONO E LA APPLICANO. SEMPRE.


Sempre.


Qualcuno entra in una casa, in una stazione di servizio, in un luogo. Massacra una persona, un vecchio, una donna, un inerme. Porta via qualcosa, oggetti, soldi, tanti o pochi.
Il criminale viene catturato e accusato per aver commesso "omicidio a scopo di rapina".
Non è vero.
Anche se il criminale è entrato per rubare, non ha massacrato per rubare. Dunque il suo "omicidio" non è commisurabile all'entità della rapina compiuta né a quello scopo.
Se poi il criminale non dà un pugno "mortale", non spara un colpo "mortale", ma "massacra", si accanisce, perpetra sadicamente lo strazio della persona, non si tratta di "omicidio", né di "omicidio con aggravanti".

Dunque, la Legge - scritta da uomini infami per proteggere la propria infamia, cioè la perdita d'ogni senso del sacro, della vita, del corpo umano, tipica degli uomini di ogni tempo che Scrivono le Leggi in nome di tutto tranne della Verità - dunque, la Legge "risparmierà sempre il criminale" e umilierà sempre la Vittima, cioè Dio.

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GRAZIE ELIO GRASSO, GRAZIE MARIA PIA QUINTAVALLA. GRAZIE PAOLA AGUSTONI: SENZA DI VOI NON POTREI PARLARE DI NADIA CAMPANA













NADIA CAMPANA,
1954-1985

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire


*****
Per Nadia Campana,

di Maria Pia Quintavalla
(da Poesia, novembre 1990)


Visto l’ultimo film di Marina Spada su Antonia Pozzi, ho – inevitabilmente – pensato a Nadia. Al frammento che si usa, come forma artistica, quando si deve ri-costruire o riparare alla pochezza, in un gesto d’amore, della memoria. Sono delle ricercate, delle scomparse.
 Ho trovato grande l’analogia creata nel film, fra l’immagine di Antonia Pozzi, che sbocconcella e poi sputa, di nascosto, nel palmo della mano, l’arancia, subito dopo un’immagine eco cardiaca, diastole e sistole: la timidezza di lei rivelata. Così bella, altrettanto, sempre nel film, la sacralità di rivisitarne lentamente i luoghi vissuti. Se questo rito è vero, dà salvezza, e noi dovremmo terminare quelle tappe di avvicinamento al luogo natale (e mortale), per lei, di Cesena.
Un anno fa, in visita alla rassegna ”Porto dei poeti”, sede nel porto di Cesenatico, scopro, con senso macabro, che nessuno, leggi Nessuno, nella sua città natale possedeva i suoi libri, né aveva mai indetto, in oltre venticinque anni, QUALCOSA DI LEI, o su di lei, né conosceva un suo verso. La Pozzi attende almeno cinquant’anni, per ottenere un’adeguata illuminazione, nonostante il meglio referenziato contesto di riferimento, (non appartenenza), da Montale a Sereni a Banfi, e settanta anni, invece, per una curatela critica adeguata, iniziata dagli “Archivi del ‘900″. Poco serve appoggiarla al palinsesto, nel film, dei giovani apprendisti poeti, che incollano sue immagini ai tram, in metafora di un visionario presente riscattato, per quello che la Dickinson prometteva, il paradiso dei poeti, la fama. La circonferenza, cui un ignoto cavaliere attaccherà il TUO nome, Antonia, o Nadia.
Pozzi come Nadia ascendeva e scalava le montagne. 
Come lei pensava che solo la culla prosodica e lampeggiante dei significanti placava il dolore, il dettato interiore, anzi ne ricreasse un mondo nel mondo, di già noto. Anche là, un “culto della poesia”, come lo chiamerà Andrea Zanzotto, in un intervento a Radio Lugano Svizzera, del 1987 e 1989 scrivendo de “le confraternite ispirate dai più strenui ardori”, le ragazze cioè che aprirono il sentiero,divenuto un mare, mar rosso del movimento, e del pensiero femminile / femminista:
“ Valga per tutte, il nome di Nadia (scrive A.Z.), in cui tutte furono protagoniste”, di una “meglio crudeltà” queste giovani "impegnate in un’auto spendersi ritroso." 
Un’auto spendersi, fino al rischio di caduta della linea, sempre A.Z. ne spiega, nella prefazione al mio Estranea (canzone), il peccato per superbia o voglia di Dio, (che) finisce nell’auto annullamento, dopo la carestia, a causa di essa; di confraternite ispirate ai più cupi ardori, e a un sotterraneo culto, della poesia. Amazzoni, vittime.
Non abbiamo saputo trattenerti, Nadia, non abbiamo saputo farlo e prevenirlo. Mentre sapevamo di te, della tua fame, dagli occhi, dagli spigoli consunti del volto “che non trova pace” ( “Ultima notte”, in Milo De Angelis), la mente- corpo travagliata che detterà i versi raccolti poi in “Verso la mente”.
Chi entrava nel mondo degli anni ottanta, senza avere tagliato diagonalmente le (strettoie) scorsoie dei settanta, la cupa ingloria, la sepoltura di parole nell’agit-prop, e tazebao permanente dell’oralità vociante, dove l’attuale divorava tutto, e non trovava sbocchi; se non dopo lo sbocciare di riviste di rifondamenta, come Niebo, ma pure in antologie femminili-femministe, la neo nata, la prima della serie di “Donne in poesia”, o ne “La Parola innamorata”, si trovò, quel soggetto entrato con breve, e bellica memoria di fratelli maggiori, assai difficili, in compagnia di Porta, Spatola, Vicinelli, Pagliarani, ecc, ad un certo punto sola, ma speranzosa. Fosse lì la nuova patria delle lettere in attesa. Cosa di meglio che Milano, certo.
 Dopo la laurea con Luciano Anceschi su Antonio Porta, dopo gli studi e prove di traduzione della Dickinson. Maturati nella traduzione definitiva che ci riconsegna, bellissima de “Le stanze di alabastro”, Feltrinelli 1985.
 Trovasti invece lo sfondamento lento della linea di giovinezza, che andava via via sfociando per chiudersi, alle spalle.

 Società di poesia, e apertura della rivista “Poesia”, contaminazione nel letterario delle ultime fronde del fare politico (leggi Via Dogana), ma anche confraternite, delimitazioni del campo.
 Prima dei cartelli e appartenenze; ( tradimenti, anche) defezioni. 
Amiche che non lo capirono: io, per esempio. Amici che divinavano di te soltanto il volto, angelico di bellezza tagliente e seduttiva, ermafrodita la postura di un corpo che scolpiva viva la femminilità preclusa, bellissima inaccessa.
Nadia a Milano: andò alla conquista del mondo. Con audacia, impudente sguardo fiero dell’adolescente, come in “The dreamers”, e meglio. Ma, a mani nude.
 Una foto di cui Cusatelli, amico di entrambe e parmigiano, commentava, ad ogni nostra straziante telefonata, nel dopo Nadia, la ritraeva sullo sfondo della “ lunga pianura immaginaria” del mare Adriatico, più volte ripercorsa col pensiero, come una linea di demarcazione e fuga.
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. TRA L’INFANZIA ABBANDONATA E GLORIOSA, dove ancora vivo era suo padre morto, e la morte desiderata, DOPO LA LUSSURIOSA CHIMERA nel volto degli anni ottanta di Milano. Quante diverse grandezze, e destini femminili, doveva poi conoscere, Nadia.
 Parlava ammirata, di una lei così diversa, dell’astro nascente di Patrizia Valduga. Come di un come, e con chi, risalire la luce; di donne sole, risvegliate e spavalde ancora, immemori o da poco memori e coscienti, giovani amazzoni ( “i neri androgini” di cui scrivo in “Natalizia femminile” ), come di cavalieri moderni ecc. Divenute poi, chi libere papesse, chi dominae, imperatrici.
Le patrie lettere, gli amici. Le icone.
 Quando la conobbi era il volto radioso della giovinezza stessa, ma nell’aprirsi più esposto più splendente, più feribile alla vita. Da tutto proveniva, a tutto era interessata, era sola: sotto il taglio (la scure) della poesia. Come E. D. insegna: “Se sento nella testa… qualcosa come una scure che mi colpisce secca, so che è poesia”. “Divento attenta solo quando ti allontani/ allora varo la registrazione fonografica/”... di competenza acceso/ -... e il fianco sarò infantile e leggero”.
 Mi sta citando, si sta rammemorando di me, di noi, delle nostre conversazioni all’alba, febbrili, diuturne. Le sottolineature con cui mi consegnava suoi libri, in prestito, chiose che non furono inghiottite dalla sparizione successiva alla morte, nel trafugamento dei libri, tantissimi i “nostri”,“in comune”: erano graffi e strappi, lancinanti accuse come risposte alla provocazione della letteratura.
“Io se avessi potuto avrei dato a ciascuna un po’ di tempo…”, mi rispondeva da “Riflessioni su Christa T.”, restituitomi, o della Gunderrode, o nelle deliziose cartoline (“sono il fratello minore di Majakovskij!”): ne ridevamo insieme, Nadia!
 Le foto dei (nostri) viaggi: in Scozia, a Edimburgo, a Londra, nell’isola di Sky, che non ti tolgono al silenzio delle ore serotine in cui, claustrale, ti recludevi in camera, per lunghe epistole-abbandono, agli amati.
Mi venisti a trovare drappeggiata, di uno scialle lungo e nero sul volto, come una Maddalena di dolore, occhi cerchiati e mani bianche (eri in lutto). Neppure allora lo capii, sorda e cieca. Ma nei tarli degli armadi, di un inquietato weekend, a Varenna, all’alba dei primi di giugno del millenovecentottancinque, sì l’ ho udito, come un pigolare insistito lieve. Svegliai Rubino, che con me dormiva.
 Un colpo, come una voce che chiedeva aiuto.
Eri tu. Da “Radio Popolare” il giorno dopo appresi.
 Cominciai col percuotere e gettare all’aria tutte le sedie, l’urlo nero.
 Per settimane, l’amico e pittore Rubino scioglieva tavor nella mia minestra, che prendevo a sera. E nei rifugi alpini verso i tremila ti sentii tornare a me, nel volto. 
Scrissi le “Lettere giovani” per contenere, quelle e troppe epistole. Da “Con un’amica”, in poi, a “Ecce fiume”.
Anni dopo Antonio Porta, che ti amava e che lavorò con te alla revisione della traduzione dickinsoniana, mi chiese come avevo potuto trattare della morte così, mentre accadeva.
 Non lo avevo fatto.
Furono scritte nell’84, l’anno che precedeva, e dal presagio, “Con una nave niente più bianco e nero/ né morte, solo dio piccolo / piccolo e diffuso“. Un amen.
Tutte le dolcezze sono alle dita 
di rosa l’abito tinge 
lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
 a cancellarmi, quaggiù, ti prego.
 Per te, io ti, io te sono 
che mi contiene nel tremante ricorso 
del tuo silenzio vienimi incontro
 orizzonte e allarga esso.
 Come rami contro il cielo entrai in lui
 una specie eletta dal suo cuore
 come mondi sognati da miriadi di sogni 
sradicati al centro quasi affondando 
diciamo.

*****
Nota. Mi sono messo in cerca di "Verso la mente". Forse riuscirò a trovarlo, con l'aiuto dei librai di Utopia, Milano. Poi vi regalerò tutti i versi di Nadia Campana che vorrete.


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UN AMICO D'INFANZIA (G.G.) MI CHIEDE: "CHE C'ENTRA IL P.D. CON LA SCHIFOSA E LO SCHIFOSO DEL PANTHEON?!"


La stupefatta domanda (che contiene la sua risposta) è a proposito del Post qui sotto pubblicato. E io - che non mi stupisco degli "stupori" - gli contro-chiedo:
"Ma non vedi, Giancarlo? Non è il PD, non sono i suoi recenti cadaveri... i Franceschini e i Bersani, a elevare sugli altari LE REGOLE?... il RISPETTO delle regole?! (scompisciamento di risate)... come solo unico Programma di Governo Politico di una Nazione?!... e non è forse questo povero james-Tremebond spiattellato al comando del PD dal sadico D'Alema a...scendere in piazza (agli ordini del nazista Di Pietro)... per il Trionfo delle Regole?!"
Fine della risposta. Che, come si può notare, non è uno scoop. E' tristemente, malinconicamente, un fatto di cronaca. Titolo: "Morte della Sinistra".

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sabato 6 marzo 2010

TEMA: "UN GANGSTER CHE FINGE DI PENSARE" - COMMENTATE E INTERPRETATE.














Il Concorso è aperto a tutti gli Italiani.
I partecipanti - artisti, poeti, scrittori, musicisti e altri - possono mandare i loro eleborati a questo Blog.
Tutte le opere verranno accuratamente vagliate. Si sconsiglia di inviare rumori corporali, escrementi o altro, gabellandoli per Opere pertinenti il Soggetto.
Grazie.

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ROBERTO ALFATTI APPETITI MI REGALA ENNIO FLAIANO. E IO, NEL NOME DI QUEL GRANDE, GLI SPARO ADDOSSO LA MISERIA DELLE “CLASSI DIRIGENTI ABRUZZESI”

TU NON SAI, ROBERTO, CHE COSA HAI PROVOCATO IN ME, SCATENANDOMI ADDOSSO ENNIO FLAIANO...

…e non solo perché devo anche a lui il piacere tragico della parola "carezza e martello", e la voglia – mai sopita – di sferrare calci sui denti ai troppi suoi indecenti usurpatori accattoni…
La parola scritta e detta, lo sguardo, la postura sociale di Ennio Flaiano mi scatena il dolore e la ferocia di un 2008 vissuto a Teramo e quanto basta a L’Aquila, a Pescara, nel sogno folle di metter mano ad una nuova Classe Dirigente di abbandonati Ragazzi Abruzzesi, e alla nuova speranza di emarginati Vecchi Abruzzesi… Un popolo di facce, di sorrisi, di pudori, di ammiccamenti decorosi, di mani aperte, di ritegni non reticenti, di furori ateniesi… Un popolo traversato, rappresentato, interpretato, onorato dal grande artigiano della Parola che fu, che è Ennio Flaiano.
…e il rovescio ributtante di quel Popolo bello e dolente: le sue Classi ”Dirigenti”, gli immondi Intestini Digerenti dai quali – ne fui immediatamente certo – Ennio Flaiano dovette scappare tutta la vita. Una terra – non ancora sventrata dal Terremoto – che m’aveva quasi trascinato a metterci casa e vita, a progettare intese nel nome altrove indicibile e lì dicibile: Comunità.
Ma ho perduto, e con me hanno perduto quei vecchi cazzuti e ferocemente e fieramente desiderosi di non morire senza aver fatto doni grandi ai ragazzi, doni di sapere e saper fare. E hanno perduto quei ragazzi, ferocemente e fieramente sdegnosi del “posto fisso”, delle prebende, dei liquami inzaccheranti che gli “adulti infami” riservano loro, nella dissacrante avarizia da gastro-feudatari, da spartitori di torte marce di Partiti, di Enti, di Macerie.
Ho perduto. Sono scappato, cacciato e inseguito da canti, peàna e sfregamento di mani laide dei nemici di Ennio Flaiano, dei traditori dei propri Padri e dei propri Figli.
A tal punto mi hai scavato, Roberto, e questo ne hai cavato.
Però, grazie.

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BERSAAAAAAAAAAAAAAAAAANIIIIIIIIIII!!!!!!!

Bravo.

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