LE DESCRIZIONI -39, di Luisa Allena

Luogo di nascita Berlino
Monika Maron
Un piccolo libro edito da Bollati Boringhieri. Un’edizione curata, carta lucida e spessa, bella da sfogliare.
Mi colpiscono le immagini: fotografie in bianco e nero di Berlino dopo la caduta del Muro, fra il 1990 e il 1998. Scatti di una città che non riesco a definire tale. Luogo di luci e ombre, strade sterrate – siamo negli anni ’90 – e prati che sono piazze, di autobus scassati e di palazzi massicci e imponenti, di balconi senza ringhiere, finestre chiuse. Lo scorcio di Leipziger Platz d’erba e detriti, sullo sfondo una Postdamer Platz che non riconosco: non c’è nulla di quel che ho visto, appena due mesi fa.
Mi colpisce il titolo, in Tedesco “Luogo di nascita Berlino” (Gebursort Berlin), e non la libera traduzione Italiana “La mia Berlino” – unico neo di un’edizione altrimenti perfetta.
Dell’autrice so poco, quel che lei stessa racconta nelle pagine di questo libro che non è romanzo né memoriale, non insieme di racconti né guida “colta” di Berlino. Sono riflessioni, brevi articoli di un giornale intimo, ricordi, aneddoti – scritti fra il 1986 e il 2003 e messi in fila senza ordine cronologico – che rimandano l’immagine di una città amata fino a desiderare di distendercisi sopra a braccia spalancate e stringerla a sé interamente. Un senso di stupore e gioia, di devozione e stima per Berlino, che “non ha colpa di essere finita sotto gente barbara che la lasciava decadere e la sfigurava; alla città non capitava niente di diverso che a noi stessi. Se Berlino fosse stata una persona, sarebbe stata dei nostri e non dei loro”.
Alcuni brani sono commoventi, altri velati da duro cinismo, altri ancora divertenti. Sono modi di dire in forma di parola qualcosa che si affaccia alla mente dell’autrice, senza ordine e senza legge, senza logica apparente; luci e ombre, voci e rumori, improvvise illuminazioni di scene e sogni.
Un’eco della vita di Monika Maron: una vita vissuta a Berlino est, durante la guerra e poi nel dopoguerra della ricostruzione, prima del Muro e durante il Muro, fino a un anno prima della sua caduta. Fu allora che Monika Maron andò a vivere ad Amburgo. Strano destino l’aver aspettato tanto e poi non esserci mentre accadeva tutto. O forse “tutto” era già successo. E lei semplicemente l’aveva già vissuto.
Rivivono in queste pagine, pezzi e brandelli della Berlino di allora, come il brano straziante sulla stazione della Friedrichstraße (che vi abbiamo riproposto in “Vivenda – Doni di lettura”, qualche giorno fa) – luogo di incontri e di scontri, di riunioni e di partenze, di amori e affetti. O il ricordo dell’unica Scuola Superiore di Berlino est ad aver mantenuto la vecchia denominazione di “Gymnasium”, prima che fosse sostituita con “Seconda Scuola Superiore Quartiere Centro”, luogo in cui l’autrice frequentò il corso R (con più ore di Russo), con l’imposizione dell’indossare la camicia azzurra della Freie Deutsche Jugend, la Libera Gioventù Tedesca.
Non si nasconde nulla, Monika Maron, e parla con me lettore e con se stessa, a sua volta lettrice di tutto questo materiale che esce fuori da qualche parte nascosta. Non si fa certo sconti quando si chiede cosa sarebbe accaduto se la guerra fosse durata per anni ancora, o se lei fosse morta prima di vederne a fine; quando si chiede se sarebbe stato diverso o se c’è stata almeno un po’ di bellezza, anche qui, anche senza termini di paragone: perché, certo, una strada di macerie e detriti è brutta, ma una strada di macerie e detriti sui quali spuntano fiori e fili d’erba è più bella dell’altra.
Sono pagine di lirismo e di poesia, un’ode da una Berlinese tout court – è l’unico modo per chiudere la questione e soddisfare chi ti domanda se ti piaccia vivere a Berlino: affermi un dato di fatto, “sono Berlinese”, per evitare il paradosso insito nella domanda stessa, “come quando si chiede a qualcuno se gli piace esser figlio dei propri genitori, dato che ognuno è quel che è, oppure non è affatto”.
Un’ode da Berlinese, dunque, non solo alla città amata ma a tutti i Berlinesi.
Senza un ordine apparente tranne quello dettato dal proprio piacere, l’autrice mi conduce per mano nei luoghi a lei più cari, in una città che non è propriamente bella. Una città in continua, profonda e a tratti lenta trasformazione: è un attimo ritrovarsi sul ponte della ferrovia sopraelevata, nella Wollankstraße, sul quale correva il confine fra Berlino est e Berlino ovest; e nel 1961 rivedere quello stesso ponte scomparire inghiottito dal cemento – parte integrante del Muro; e poi ancora, anni dopo, ritrovarsi ancora lì, sopraffatti da emozioni nuove, e sentirsi salutare persone sconosciute, e vedersi sorridere con “un’espressione di inebetita beatitudine” a persone sconosciute, mentre gli operai demoliscono il Muro con martelli pneumatici.
È un attimo e mi ritrovo in un ufficio postale come tanti, dove lo sguardo della donna dietro lo sportello è noto a chi viene dall’est, perché è lo stesso sguardo di sempre, da parte di chiunque, nell’est, abbia da dare qualcosa di cui un altro ha assoluto bisogno.
E un secondo dopo sono in una Kneipe, una delle tante e famose osterie di Berlino, frequentate in ugual numero da esseri umani e da cani. D’altra parte, Berlino è nota per le sue Kneipen, per i suoi cani, per il famoso Berliner Schnauze (il grugno Berlinese, direi meglio: la faccia tosta berlinese) e “naturalmente per il Muro, che però non esiste più”. Quel Muro non si adattava né alle Kneipen, nè ai cani, né al Berliner Schnauze, e in effetti non sarebbe stato adatto a nessuna città. Ma a Berlino non si adattava proprio per niente. Gli unici cui era permesso farne un uso appropriato (sic) erano i cani di Berlino ovest, mentre quelli di Berlino est erano costretti a fargli la guardia notte e giorno. Come se avesse la possibilità di scappare, almeno lui.
Il Muro non si adattava per nulla a questa città, ma Monika Maron non sembra farsi domande che non hanno risposta. Non ha senso, ormai. Così come non aveva senso, nel 1994, quell’annosa questione sul Reichstag impacchettato dall’artista Christo, vicenda raccontata con gioco e ironia in uno dei testi più divertenti del libro. Nulla di strano, quel sudario, quel gigante giocattolo: nulla di bizzarro per una città che per anni aveva vissuto segata in due. Semmai, un’attrazione in più per i Berlinesi che non smettevano di ammirarlo, di giorno come di notte. Accadde proprio una notte: alcuni visitatori, Berlinesi, sfondarono le transenne. Mica per altro: solo per l’irrefrenabile curiosità di toccarlo.
D’altra parte i Berlinesi sono così: vallo a trovare un altro popolo che accetta di passare il resto della propria esistenza nel bel mezzo di un perenne cantiere a cielo aperto! Eppure loro ci stanno, ci stanno ancora adesso. E anzi, la loro anima infantile e sentimentale li spinge pure ad accettare di buon grado di osservare il procedere dei lavori all’interno di un grande cubo rosso (posto nel bel mezzo di Postdamer Platz, e poi spostato di volta in volta nei luoghi della ricostruzione). E poi, quando gli si dice: “Il Reichstag è stato terminato. La nuova cupola futuribile è finita”, ecco che si precipitano a fare lunghe ore di coda pur di andarla a vedere. Pur di entrare in quell’immenso semicerchio trasparente dal quale finalmente si vede tutto, compreso quello che c’è di là.
La Berlino di Monika Maron è la mappa affettuosa e intima di una città che parla del Muro senza mai farlo vedere – ma lo fa sentire; parla della guerra senza mai farla vedere – ma la fa sentire, forse dando per scontate molte cose. Al punto che mi viene da pensare che un libro del genere possa essere amato solo da chi a Berlino c’è stato, e almeno per un giorno ha respirato quell’aria. È il modo migliore per leggere e rileggere, per ricordare e ripensare, perdersi negli angoli di un’Alexanderplatz dal volto irriconoscibile; o in un quartiere, il Mitte, che è il centro della città ma si trova nella sua parte più occidentale, di fianco a Prenzlauer Berg; fare una passeggiata in Pariser Plaz o sul ponte Monbijou, proprio davanti al Bode Museum.
È la Berlino di una ferita, una ferita profonda, che non riesce a rimarginarsi nonostante tutto. Questo è quel che ho pensato quando sono stata a Belino. Ed è quel che pensa Monika Maron, che ancora oggi afferma di dover fare i conti con il suo passato e con i suoi ricordi, prima di riuscire a mettere piede nella parte est della città. Perché per lei l’est rappresenterà per sempre qualcosa di diverso.


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