VIVENDA - DONI DI LETTURA, di Luisa Allena e Girolamo Melis

MONIKA MARON
“LA MIA BERLINO”
Bollati Boringhieri, Torino 2005
(pagg. 15-19)
Il centro della capitale è il suo quartiere più occidentale. Il centro è il confine, l’invalicabile è il centro, anche dei pensieri. Qui, nel cuore del centro, si apre una porta, un portone in ferro verniciato di marrone da cui passano quelli che vengono da fuori, dall’altra parte, dall’ovest, comunque lo si voglia chiamare. La porta ha una sola maniglia, dall’altra parte. Sto parlando della stazione della Friedrichstraße, la vetrina simbolo della storia della città, della storia nazionale e della storia di innumerevoli famiglie e di infiniti amori. Un luogo denso di composta drammaticità.
Di fronte a questa porta, nel corpo centrale della stazione, a volte mi trovo anch’io, ad aspettare l’arrivo dei miei ospiti. Me ne sto nella luce abbagliante dei neon, che si riverbera ostile dalla pareti di piastrelle giallognole, insieme ad altre persone in attesa; come loro, tengo lo sguardo fisso sulla porta che ogni due secondi sputa fuori un essere umano, a volte anche parecchi, tutti insieme, poi si richiude, si riapre, ne sputa fuori altri, si chiude di nuovo. Lo so, proprio accanto alla porta è appeso un cartello: “Alt! Vietato proseguire”. Lo so, ma non lo vedo io, io vedo solo la porta; anche il mio sguardo, come quello di tutti i presenti, è magicamente catturato dalla porta. Unico passatempo: indovinare se quelli che arrivano siano dell’est o dell’ovest. La maggior parte sono pensionati, quindi dell’est. Portano pesanti borsoni e sacchetti se arrivano dopo aver fatto la spesa vicino alla stazione Zoo o nella Neuköllner-Karl-Marx-Staße; reggono dei valigioni se invece sono stati a trovare i parenti nella Germania ovest. Una volta ho visto anche un facchino, altrettanto vecchio e malandato della donna a cui portava le valigie.
Appena riescono a incunearsi attraverso la stretta fessura con tutti i loro pacchi e pacchetti, per prima cosa i pensionati, carichi come somari, si aggrappano al mancorrente della ringhiera di ferro che delimita un’area grande come una stanza, davanti alla porta. Posano il bagaglio, dividono i documenti che reggono tra mani nervose e sudate, e poi cercano tra la gente in attesa, al di là della transenna, qualcuno che sia lì per loro. Se non trovano nessuno, afferrano sospirando o con un piglio deciso le valigie e le borse e con i loro bagagli si trascinano fino al parcheggio dei taxi davanti alla stazione, per mettersi in coda, rassegnati, dietro a una trentina di persone, o anche più. Altri se ne rimangono invece ansimanti dietro la porta, pallidi, si sbottonano il colletto della camicia, si detergono col fazzoletto il sudore dalla fronte e dalle tempie mentre i figli o i nipoti si precipitano verso di loro e li accompagnano a una delle due panche, otto posti in tutto, che in questa sala d’aspetto sono previsti per chi ne abbia necessità. Il tragitto dal treno a qui li ha affaticati troppo, non ci sono scale mobili, né carrelli per i bagagli, i tempi d’attesa al controllo sono spesso eccessivi, non ci si può sedere, l’aria è pesante. Per di più l’ansia per un po’ di contrabbando, libri o cassette per i nipoti, chissà. Ce la fanno solo fin dietro la porta, non un passo di più.
La sera, tra le persone dell’est in arrivo si trova anche gente giovane, richiamata da imprescindibili impegni familiari, più donne che uomini, mi pare. I bambini e l’altro genitore, quello rimasto a casa, se ne stanno appoggiati alla transenna con aria tesa, finché uno dei piccoli non getta uno sguardo nella fessura della porta ed esclama: “Ecco la mamma!”
L’uomo è contento che la moglie sia tornata, i bambini guardano con avidità valigie e sacchetti, la donna, circondata dall’aura misteriosa del viaggiatore che ritorna a casa, emana un lieve senso di superiorità… un quadretto quasi normale.
Capita anche che dalla porta passi un addetto della polizia di frontiera e si faccia largo tra la gente in attesa. Di rado ne ho trovato qualcuno che chiedesse permesso; aspettano finché le persone non si fanno da parte. Se per caso chiedono di passare, mormorano parole incomprensibili con la bocca semichiusa. Non sorridono mai.
A volte mi domando che cosa mai percepiscano i sensi di chi viene dall’ovest – come si legge nell’insegna illuminata appesa sopra la porta marrone, di un cittadino della Repubblica federale tedesca, di Berlino (ovest) o di chi proviene da altri stati – la prima volta che la porta di ferro si chiude alle sue spalle: i nostri sguardi impietosi che lo squadrano con indifferenza, i sette cartelli in cui si proibisce di fumare con immagini nerobiancorosse, il puzzo che sale dalle toilette verso cui scendono due scalette antistanti la porta di ferro, il pavimento grigio e sporco…. Non c’è luogo del centro di Berlino che produca un effetto più desolante, che sembri più spoglio. Quello che promettono i manifesti incollati alle colonnine per affissioni – Berlino, metropoli aperta al mondo – inizia solo qualche centinaio di metri oltre la tratta di sicurezza della stazione Friedrichstraße.
- In "Beviamoci su e poi piangiamo un po'" (1986) -



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