lunedì 1 giugno 2009

LE DESCRIZIONI - 63, di Luisa Allena

(foto di Luisa Allena, 2008)






Berlino.

Perché chiamo "mia" una città che non appartiene nemmeno ai suoi abitanti?

Barthes parla del “leggere alzando la testa”. Del leggere, cioè, staccando continuamente gli occhi dal testo per lasciar fluire associazioni, pensieri, stimoli. È il modo in cui ognuno fa sua la scrittura: reinterpreta, riscrive. Leggendo questo libro di un poeta sloveno, questo libro che mi ha chiamata da uno scaffale della Libreria "Utopia" due giorni fa (“Nooo! Di nuovo Berlino??!”), questo libro che sembrava non avere nulla di attraente se non il titolo – e dunque era attraente al massimo grado, per me – mi è successo proprio quel che dice Barthes.
“Berlino” di Ales Steger è un libro che forse si può anche non leggere. Ma perché non leggerlo? Perché non lasciarsi attrarre da quel titolo?
Berlino, dunque. Sì, di nuovo.
È qualcosa di molto simile a “Luogo di nascita Berlino”, di Monika Maron, di cui qui ho già parlato. Perché leggerlo, dunque? Se solo pochi mesi fa ne ho letto uno simile, e forse migliore? Perché leggerlo, se non per il gusto di “leggere alzando la testa” e posare lo sguardo sulla “mia Berlino”? Perché non farlo, se a portata di dito ho persino Google Map, e sullo schermo del computer seguo i paesaggi e le strade, i nomi e le vie, le piazze, i quartieri della Berlino amata?
Ales Steger scrive una trentina di brevi descrizioni della Berlino diventata “sua” in un anno di permanenza nella città grazie ad una borsa di studio. Berlino diventa “sua”, tanto quanto quella che ho visto io è diventata “mia”.
La “mia Berlino” dipendeva dal mio stato d’animo di quel momento, dal mio desiderio, dalle letture che stavo facendo, dalle cose che avevo sentito dire, dai video di YouTube, dal corso di Tedesco, dal tempo che avevo a mia disposizione. Idem, per Steger. Cosa è successo? Perché la sua Berlino, allora, è diventata la mia, così come era successo con quella di Monika Maron (“La mia Berlino”, è il titolo in traduzione Italiana)? Tre storie diverse, tre persone diverse, tre momenti diversi, eppure ora per me questa è l’unica Berlino.
Quante volte ho alzato la testa dalla scrittura di Steger e l’ho fatta divenire ri-scrittura?
Cosa mi ha colpito, dunque, di questa nuova Berlino? Forse il rendermi conto che di Berlino si può parlare solo a pezzi, con brevi descrizioni di circoscritte parti della città.
Forse perché Berlino ti si presenta così, quando ci arrivi: la piccola corolla ordinata di Tegel, uno scorcio della Sprea, un quartiere raccolto, un punk con la cresta fucsia, un brandello di Muro, un pezzo di cielo di là da una gru, una lingua di prato dietro e dentro la fessura di un palazzo. Forse Berlino, oltre la sua Storia, oltre “la città di Berlino”, diventa di volta in volta la storia personale di chi la vede, avendo desiderio e capacità di vedere.
Forse perché Steger si sofferma, come me allora, a seguire il cammino e la direzione delle due file di sanpietrini (“la doppia traccia rosso mattone sull’asfalto”) che delimitano e segnano e segano in due la città. Il Muro. Questo Muro forse “semplicemente sepolto” e presente ovunque, in chiunque, per sempre – la mia impressione di allora.
Forse per la sua ricerca disperata di qualcosa, al Ka De We, una borsa di pelle, che mi ha riportata alla mia, altrettanto disperata ossesione per l’Air du Temps che non trovo in Italia.
Forse per quel suo parlare brevemente, in tono sufficiente, dei turisti al Checkpoint Charlie (io, turista-per-lavoro, avevo scelto di alloggiare proprio lì, durante la mia prima visita nella città e avevo trovato spaventoso il chiacchiericcio sguaiato di scolaresche gitanti).
Forse per l’ossessione della costruzione perenne e della ricostruzione infinita, la tecnica dell’uomo che non può nulla sugli “orli del tempo frantumato (…) visibili ovunque”: le gru, gli immensi spazi di terreni incolti e filo spinato a contornarli, di fianco e di fronte le facciate delle case variopinte fresche di verniciatura – pensavo io, vedendo.
Forse per quel suo modo di soffermarsi sulle persone, soprattutto sulle persone, di Berlino: sguardo ben diverso dall’andare-senza-vedere del turista medio che fotografa scorci di monumenti, pezzi di strade, angoli di case, facendo attenzione a non far rientrare nell’obbiettivo le persone. – E le persone? Non c’era gente in giro?, chiedo ogni volta. No, le persone non c’erano e non ci sono, perché la vacanza, la gita, il week end impongono sempre l’assoluta superiorità e l’egoismo della monade in movimento. Solo monumenti e cose rarefatte: sono sempre così, le foto delle persone che mi portano a vedere le foto dei loro viaggi. Tanto vale rimanere a casa. E invece no, perché io ci sono stato! Non come te che non vai da nessuna parte e preferisci cliccare su Google Map. Discorso chiuso. Giacché non c’è discorso se non c’è riconoscimento dell’altro.
Cosa mi ha colpito dunque, in questo nuovo libro su Berlino? E perché l’ho letto? Per rivedere qualcosa – non tutto, non tutto – ma scritto in modo diverso? Forse. Forse perché ci sono miliardi di modi di viaggiare, e questo, di leggere alzando la testa, è uno dei tanti.
E a chi ti chiede “Com’è, Berlino?”. Non si può dire “com’è” Berlino. Non si può ridurre a questo, Berlino. Devi viverla e devi starci, probabilmente devi conoscere qualche minima parola di Tedesco, un poco di quella storia. Devi andarci con il desiderio di vedere in faccia le persone e non con la curiosità di vedere se è proprio come in fotografia o in TV. Solo così Berlino è la “tua Berlino”, ogni volta. Solo così, forse anche tu, quando poi la scrivi, ti domandi se almeno una persona, leggendoti, almeno qualche volta ha alzato la testa e ha riscritto di nuovo Berlino.

Ales Steger, Berlin - Emanuela Zandonai Editore, Rovereto 2009

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