NOI, QUATTRO ANNI FA, VOLEVAMO FARLO IN CAMERUN - LEI, GRANDE MARZIA LAZZERINI, LO STA FACENDO IN ANGOLA!

Marzia Lazzerini, medico pediatra dell'Ospedale Burlo Garofalo di Trieste, ora Angelo Terrestre, si prende cura dei bambini denutriti angolani all'Ospedale Divina Providencia del Barrio Kilamba Kiaxi di Luanda (Angola). Li nutre e li salva con una pappa inventata da lei, lì - con quel che passa la natura e la povertà - senza bisogno delle ciniche "imprese sociali" italiane ed europee.
Una lezione d'amore e di razionalità per gli avari e ipocriti mostri detti "Imprenditori".
Ecco il racconto integrale di questa Rivoluzione Umana, nel testo pubblicato da Wired.it:
Il mondo è pieno di cervelli in fuga, lei verrebbe da chiamarla una scienziata in missione: Marzia Lazzerini è medico dell'ospedale Burlo Garofolo di Trieste - uno dei centri di eccellenza della pediatria italiana -, ha studiato alla Scuola di malattie tropicali di Liverpool, per fare la tesi è andata fino in Brasile e da anni si dedica a curare i bambini che nelle periferie del mondo crescono con pochi mezzi, scarsa attenzione, niente cibo, e si salvi chi può.
A guardarli alla televisione sembrano una battaglia persa: sono lì da sempre, sempre negli stessi luoghi, con le gambe sottili e lo sguardo spento di chi non si aspetta nulla ed è pronto ad accettare di tutto. Visti con gli occhi di questa giovane pediatra, sono un problema che sta trovando la sua soluzione: da un paio di mesi nel barrio Kilamba Kiaxi di Luanda, la capitale angolana stretta tra un mare di grattacieli e un oceano di bidonville, i bambini denutriti hanno una speranza in più. Sa di buono, di dolce, di latte, olio e noccioline. Ma ha un impalpabile retrogusto di carne in scatola: è grazie ai centomila euro del premio Montana - il colosso della gastronomia che impacchetta tagli di manzo e sostiene la ricerca nutrizionale - che la pediatra triestina ha vinto la possibilità di mettere alla prova l'uovo di Colombo dell'aiuto alimentare. Perché fare arrivare dall'Europa il cibo per sfamare i bimbi dell'Africa? All'ospedale Divina Providencia di Luanda pochi soldi, un mixer industriale e una batteria di ingredienti acquistati al mercato locale di Roque Santeiro bastano a rimettere in piedi decine di piccoli affamati. La formula è magica, il costo semplicemente risibile: «Per riabilitare un bambino denutrito ci vogliono in media tre settimane di terapia. Il nostro preparato costa meno di un euro al giorno, il che vuol dire che una ventina di euro possono fare la differenza tra la vita e la morte».
Marzia Lazzerini pubblica su Lancet e nella Cochrane Library, ha messo a fuoco il valore dello zinco nella dieta dei primi anni di vita, ha alle spalle un lungo curriculum da ricercatrice sulla salute alimentare del bambino. Noi vorremmo sapere della sua miscela miracolosa, ma quando la incontriamo al Burlo di Trieste lei preferisce partire dalle fogne, l'incuria e la povertà delle strade di Luanda. E dalle contraddizioni di un paese che nel 2008 ha avuto la terza crescita economica più alta del mondo, ma nel 2010 tollera ancora che quasi un bambino su due sia denutrito cronico e uno su diciassette denutrito acuto: «In centro puoi comprare acqua francese a sei euro alla bottiglia, ma appena esci dai quartieri residenziali vedi nugoli di bambini giocare tra montagne di spazzatura e liquami che scorrono a cielo aperto». La ricchezza c'è, è evidente, e viene da sottoterra: petrolio, oro e diamanti, soprattutto. Ma per sviluppare il suo progetto Marzia ha scelto di insediarsi sul lato crudo di questa metropoli di cinque milioni di abitanti, cresciuta in fretta a forza di profughi di guerra e sfollati dalle campagne: «Nel nostro barrio la maggior parte dei bambini non va a scuola, beve acqua malsana e mangia a pranzo e a cena una polenta di manioca poverissima di sostanze nutritive».
È così che la malnutrizione provoca infezioni, le infezioni degenerano in patologie, la vita dei bambini diventa una corsa a ostacoli e le buone notizie sono roba corroborante come l'annuncio che «fino a cinque anni fa moriva un bambino su tre, ora ne muore uno su cinque». In queste condizioni è chiaro che la ricerca diventa uno sport estremo, mentre il rebus della nutrizione si scompone in un'equazione a doppia incognita: bisogna dare da mangiare ai bambini, bisogna farlo nel modo più semplice, igienico e controllato possibile. Di suo la pediatra italiana si è imposta un terzo imperativo: il cibo salvavita va prodotto qui, in Angola, nelle cucine dell'ospedale Divina Providencia.
A fare la differenza sono due lettere aggiunte alla formula standard che regola il pronto intervento alimentare. In ambienti degradati le calorie vanno somministrate in modo diretto, compatto, senza cottura, prevenendo qualsiasi contatto con l'acqua contaminata da batteri colifecali. Si parla quindi di Ready to use food, o Rtuf. Possono essere pastelle o barrette ad alto contenuto tecnologico, che in pochi grammi hanno tutta l'energia, le proteine, le vitamine e i minerali indispensabili a rimediare a mesi di alimentazione precaria. «Attorno all'Rtuf a Luanda si è sviluppata una strana triangolazione», ci spiega Marzia. «Per cui con i soldi della cooperazione americana le agenzie umanitarie comprano cibo francese che raggiunge Luanda via mare e viene poi accumulato sulle banchine del porto». Sono evidenti i limiti di questo sistema che per dare una mano ai bambini si costringe a vagare per ben tre continenti: da un lato il prodotto finale ha ricarichi proibitivi, dall'altro la catena di ordinazione, acquisto e distribuzione è talmente farraginosa che quintali di barrette pronte all'uso finiscono per essere abbandonate nei magazzini di stoccaggio della capitale. «Il cibo importato costa moltissimo», dice Lazzerini. «Mentre chiunque abbia fatto il medico in Angola sa cosa significhi non avere i fondi per procurarsi gli antibiotici contro la dissenteria, la meningite o le complicazioni polmonari dei bambini. Si figuri se nel nostro ospedale di Kilamba Kiaxi potevamo permetterci il prezioso preparato made in France». Non restava che trasformare l'Rtuf in Lp-Rtuf, Locally produced-Ready to use food.
Il barrio è un campo di battaglia, ma l'ospedale Divina Providencia è un'oasi di cura ed efficienza, tra pareti colorate, pavimenti tirati a lucido, attività febbrile di medici, infermieri e inservienti che cercano di tenere il ritmo senza perdere il sorriso. Mentre nei reparti vengono assistiti decine di bambini sofferenti per malaria e diarrea, in cucina non smettono di sbucciare noccioline: la pelle rossa a terra, il seme bianco direttamente nel contenitore della centrifuga. Quando il mucchio è pronto, alle tre cuoche si aggiunge la nostra pediatra che proprio alle gingubas, come da queste parti chiamano le arachidi, ha affidato la parte più sostanziosa della sua pozione scacciafame. Anche questa è ricerca: affinare una ricetta che misceli tecnologia e gastronomia, scambiare i camici di laboratorio con i grembiuli da cucina, fare migliaia di chilometri per controllare disponibilità, accessibilità e compatibilità degli ingredienti.
Ci siamo: le noccioline sono pronte, e al team del Divina Providencia non resta che aggiungere zucchero, olio e latte in polvere, mixare il tutto per un paio di minuti, bloccare la centrifuga e assaggiare la pastella fatta in casa. «È fondamentale che sia buona», si compiace Marzia. «Perché al contrario di quello che si potrebbe pensare il bimbo denutrito non ha fame, è tendenzialmente anoressico, e molto spesso è apatico e indifferente alle sollecitazioni esterne. Devi dargli del cibo dolce, gustoso, che gli metta voglia di portarselo alla bocca». I bambini assaggiano, all'80 per cento apprezzano, dopo un primo attimo di smarrimento cominciano a mandar giù le piccole dosi adatte al loro stomaco indebolito. Devono mangiarne poco e spesso: arricchito con trenta micronutrienti minerali e vitaminici, l'impasto di Lazzerini permette di massimizzare il risultato con il minimo sforzo, tanto che ne bastano due etti e mezzo per assorbire le 1250 calorie necessarie a superare la giornata e accumulare energie per il recupero.
Sembra buona volontà ma è talento, sono noccioline ma è una vera rivoluzione. Da qualche mese l'équipe del Divina Providencia ha messo a punto la versione open source del soccorso umanitario in campo alimentare. A tutto vantaggio delle pance dei bambini e delle casse dell'ospedale, la barretta griffata Rtuf è stata sostituita dalla trovata Lp-Rtuf di cuochi e scienziati, mentre la filiera globale che dalla Francia porta a Luanda è stata compressa a poco più del tragitto che separa le bancarelle del mercato dai ripiani della cucina. Dove c'era un brevetto commerciale rigidamente tutelato si fa largo la libera ricerca di un gruppo di pediatri, dove si muoveva il soccorso intercontinentale ora opera l'assistenza di prossimità in formato community based. «La novità è che siamo riusciti a integrare la produzione di cibo in un sistema medico capace di gestirlo», spiega la pediatra: «Facciamo tutto da noi, e il vantaggio è immenso perché il prodotto costa meno, non c'è dispersione di risorse, si alimenta l'economia angolana, e possiamo tarare quantità e qualità del preparato sulle esigenze dei nostri pazienti». Perché di pazienti si tratta: compiuti i due anni di vita i bambini denutriti di Luanda pesano non più di cinque chili, contro la decina di chili dei piccoli italiani al loro primo anno di vita. Mangiando poco e male in molti sono quindi destinati a sviluppare una delle due patologie legate alla sottoalimentazione infantile: qualcuno viene colpito dal marasma, che non è un banale stato di confusione mentale o fisica ma la condizione del bambino affamato con il corpo ridotto a pelle e ossa; qualcun altro è vittima del kwashiorkor, che non per nulla è una parola della costa occidentale africana che significa "primo-secondo" - ovvero il primo figlio svezzato in fretta per fare posto al secondo - e indica il quadro clinico caratterizzato da faccia gonfia, edemi su tutto il corpo e tipico aspetto da finto grasso.
Per questi bambini il problema non è semplicemente tornare a mangiare, ma ripristinare il metabolismo, riavviare la crescita. In sostanza, guarire.
La pappa che riporta in carreggiata i piccoli pazienti della dottoressa Lazzerini non fermenta, non ha bisogno di acqua, è pronta all'uso, ed è rigorosamente made in Luanda. A suo modo è un pezzetto dell'Africa che cambia: più difficilmente di altri, perché in campo assistenziale gli interessi sono forti e poco abituati a essere sfidati in campo aperto. Ma con potenzialità ancora tutte da scoprire: con pochi mezzi e molto ingegno Lazzerini e i suoi collaboratori stanno sperimentando la formula che consente al continente di automedicare le proprie ferite alimentari. Si tratta di tagliare i ponti della dipendenza, rimandare al mittente i container di barrette e trovare in casa le risorse: le noccioline crescono ovunque, l'olio è di palma, lo zucchero di canna, i micronutrienti vengono forniti da un'azienda sudafricana. A smentire la denominazione di origine controllata rimane solo il latte in polvere che per il momento è impossibile non importare dall'Europa: «Perché in Angola non si coltiva la soia, ovvero la più valida alternativa proteica al latte animale». Ma siamo appena agli inizi. La ricerca continua, la comunità delle pappe copy free si espande dal Mozambico al Malawi, la sensazione è che la posta sia troppo alta per avere esitazioni di sorta: «In Africa la fame è la causa nascosta di circa il cinquanta per cento delle morti infantili», spiega Marzia. «Perché un bambino che mangia male è più esposto ai pericoli: malaria, morbillo, polmonite e tutti i rischi ambientali che possono assalirlo senza che lui nemmeno se ne accorga».
La pozione adesso è pronta, i bambini gradiscono, le mamme imparano ad accompagnare la ripresa dei figli con la pazienza e la perizia necessarie. Da quando a Luanda è entrato in scena il sacchetto ipercalorico, i bimbi denutriti possono essere curati in famiglia evitando settimane di ricovero in ospedale. Eppure non è che la punta dell'iceberg, qui in Angola.
Da una parte ci sono pochi grammi che cambiano la vita. Dall'altra l'immensa città che macina ricchezza senza produrre benessere. La pozione che fa la differenza è una pappa secca, un po' unta, che i piccoli afferrano come plastilina, succhiano come una caramella o addentano come un dolcetto. La città da cui vanno salvati è invece una megalopoli che da anni spende in lusso tutto quello che guadagna in petrolio: «La terapia in fondo è la parte più semplice», ammette Marzia Lazzerini: «Difficile è capire perché una madre ci porti il figlio quando è già in fin di vita e perché un'altra smetta di allattarlo a neanche due mesi dalla nascita». O perché, nonostante il boom economico, le fogne continuino a essere a cielo aperto, le scuole restino precarie, l'elettricità arrivi a singhiozzo e l'acqua potabile, quasi inesistente, sia un lusso assoluto. C'è di che farsi passare la voglia di raccogliere, sbucciare e mixare noccioline. Ma la ricerca è così: un micronutriente alla volta, una caloria dopo l'altra, i pediatri del Divina Providencia impastano domande e affidano la risposta a due numeri.
Nella city di Luanda con sei euro compri una bottiglia d'acqua minerale francese, nel barrio di Kilamba Kiaxi con venti rimetti in piedi un bambino.



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